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martedì 23 agosto 2011

20 - 21 agosto 2011 - prima via alpinistica autogestita sulla cresta di Costabella

Molto spesso, quando si deve rinunciare ad una cima o a percorrere l'itinerario che ci si era prefissati ci si dice per rincuorarsi "tanto la montagna è sempre là, torneremo un' altra volta" ma si resta sempre con un po' d'amaro in bocca.

Questo è il caso in cui è valsa la pena rinunciare ad una meta con il brutto tempo per tornare nello stesso posto con una bellissima giornata di sole senza una nuvola ( la prima, piccolissima, è comparsa all'orizzonte nel pomeriggio).


L'avventura comincia un giovedì sera a casa mia davanti ad una coppetta di gelato dove decidiamo di ritentare il sentiero attrezzato Bepi Zac sulla cresta di Costabella sopra passo San pellegrino.


Spargiamo la voce ma poco perchè questa volta, con tempo splendido, vogliamo fare tutto il giro completo anche quello finale classificato difficile.

Ci ritroviamo solo in tre io Lorenzo e Tabarez.


Saliamo la sera prima al rifugio le Selle, romanticamente dedicato a tutti i vagabondi della montagna.


Ottima cena. I ricordi di quella sera : la cameriera russa, o giù di lì, simpaticamente mi rimprovera ad ogni portata perchè sono sempre l'ultima a finire : la minestra d'orzo, la frittata e pure il dolce; tramonto rosso in dolomiti, il sole cala dietro le torri del Vaiolet dopo averle accese di fuoco;una lunga chiacchierata con Floriano, il gestore del rifugio, che ci mostra le foto storiche in bianco e nero recuperate dagli archivi militari austriaci e ci racconta le storie tragiche di giovani ragazzi per non dire bambini che sono morti per un'ingiusta guerra proprio su questa cresta.


La notte facciamo fatica a prendere sonno. Dalla finestra della camera vedo un cielo stellato di quelli che in città non esistono e aspetto una stella cadente, ma fino alle tre conto solo una ventina di aerei. Con gli arei i desideri non valgono e infatti a me e a Tabarez non ci richiameranno al corso roccia.


Al mattino successivo, dopo una colazione sfarzosa, partiamo per il sentiero attrezzato Bepi Zac.


E' una giornata splendida e arrivati sulla cresta con poca fatica il panorama si amplia enormemente.


Penso che vediamo tutte le dolomiti del Veneto e del Trentino insieme. Latemar, Catinaccio, Sasso Lungo e Sasso Piatto, le Odle il Sella, la Marmolada da Sud , e poi il Civetta il Pelmo, l'Agner, le Pale di San Martino e quelle che non ho nominato è solo perchè la mia ignoranza non permette di essere certi che fossero proprio quelle, ma c'erano.


Lorenzo, come al solito, ripete " che bello" ogni tre passi.


Lungo il percorso vediamo quel che resta dei baraccamenti austriaci e dei posti di vedetta costruiti durante la guerra. Le sensazioni generate dall'imponente panorama mozzafiato delle cime che ci circondano contrastano con quelle provocate dalle montagne bucate dagli uomini per osservare e uccidere altri uomini. Dentro una caverna c'è persino un dormitorio per i soldati conservato così com'era nel 1916 con i due piani di brande di legno. Freddo e ammuffito. Gelo nello stomaco.


Il sentiero attrezzato Bepi Zac si infila poi all'interno nel Sasso di Costabella , un masso enorme bucato e scavato durante la guerra dagli Italiani che avevano creato qui dentro il loro osservatorio sulla zona circostante. Oggi all'interno è stato creata al suo interno una mostra fotografica permanente "guerra alla guerra" con foto anche cruente sottotitolate da pensieri anche sarcastici contro la bestialità della guerra.


Non scendiamo per forcella Ciadin verso il passo (giro abituale per chi fa la Bepi Zac) ma proseguiamo in direzione Cima Uomo per un sentiero attrezzato poco su cengia esposta. I miei pensieri sugli orrori bellici vengono sostituiti velocemente dai pensieri di non scivolare giù per il burrone sottostante. E' bastato un cartello "sentiero alpinistico per esperti" a farmi pensare che forse non sono abbastanza alpinista per procedere e paleso i miei timori ai compagni di gita che, fingendo di darmi retta, mi dicono di andare avanti un po' che casomai poi si torna indietro. Ma dopo un muro di cinquanta metri attrezzato dove si sale facendo aderenza capisco che di lì non si torna indietro ed è meglio continuare godendosi il panorama stando attenti a dove si mettono i piedi.


Il sentiero è ricco di sorprese alpinistiche e mette a dura prova i miei nervi poco saldi. L'ambiente è severo. Saliamo per un canalone friabile in ombra. Non si vede dove e quando finirà. Speriamo solo che la progressione non diventi più difficile di così se no sono cavoli amari. La salita, un po' inquietante ma alla fine divertente perchè mette alla prova le nostre pseudo capacità arrampicatorie, termina su una forcella panoramicissima che ci porta ad un bellissimo terrazzo vista Sella in primo piano ( uno degli spettacoli più belli sulle Dolomiti che mi sia mai capitato). Mi sono rincuorata, ora si vede una bella traccia chiara del sentiero e individuiamo anche forcella Uomo dove dobbiamo arrivare anche se è un po' più lontana del previsto. Il cielo continua ad essere completamente libero di nubi e quindi possiamo stare tranquilli. Che meraviglia questo posto. Siamo in cima al mondo e siamo da soli. Non c'è anima viva. Foto per festeggiare. A questo punto si sale ancora dolcemente e poi si scende sul friabile ma non troppo esposto. Il sentiero attraversa una cengia strettina e franosa sotto delle guglie altissime ( torre California è quella più grande di 50 metri). Ultima salita e raggiungiamo Forcella Uomo. Foto di rito.


Siamo raggiunti da un gruppo di quattro persone di Trento uno dei quali è del soccorso alpino e ci fermiamo tutti sotto un riparo di legno in cerca di ombra. Io e Lorenzo siamo troppo stanchi per pensare di fare anche la Cima uomo. Glauco si adegua senza troppi ripensamenti. L'unico che sale è quello del soccorso alpino. Chiacchieriamo con gli altri tre finchè mangiamo qualcosa e scopriamo che sono di Cles ( ultimamente conosco solo gente di Cles, vedi Speck) e uno di loro apre una mela a metà con le mani ( come Trinità!!). Io e Lorenzo l'abbiamo pensato entrambi subito ma ce lo siamo detti dopo.


A questo punto le fatiche dovrebbero essere finite e ci dovrebbe essere la discesa su ghiaione. Peccato che il ghiaione comincia 300 metri dopo e prima c'è quello che era un ghiaione cento anni fa o meglio sono pietre grosse ricoperte di sassi friabili su una pendenza di 45 gradi. Forse esagero ma per un attimo, anche due, ho pensato che forse invece di scendere era meglio rifare all'indietro tutte le 6 ore di cammino !!


Mando avanti Lorenzo, il più alpinista dei tre e lo seguo a debita distanza. Ogni passo che fai si muovono sassi e non sai se andrai a valle con loro o resterai in piedi. In un tempo che sembra interminabile e intervellato da qualche mio urletto quando mi franano i piedi, arriviamo alla salvezza : un bellissimo ghiaione di sasso fine dove si scia che è un piacere e, qualche tombolone a parte dovuto all'eccessiva velocità, arriviamo ai prati. Ci giriamo indietro. Forcella uomo è 800 metri sopra di noi e ci sembra impossibile essere scesi di lì.


Resta l'ultimo sforzo sotto un caldo cocente fino alla macchina. Oggi il sole non ha mai smesso di picchiare. Gli effetti si sono visti su Lorenzo quando ha iniziato a boxare sulle reti delle piste da sci chiuse.



Chissà quando mi ricapita un impresa del genere!



Le foto: Il primo giorno al rifugio Le Selle , Il sentiero attrezzato Bepi Zac, il sentiero alpinistico.




giovedì 21 luglio 2011

17 luglio - Gruppo dei Monzoni da Passo San Pellegrino

Eravamo partiti da Padova alle sei di mattina verso Passo San Pellegrino per fare il sentiero attrezzato Bepi Zac , che parte dal passo delle Selle a 2500 metri e sale lungo la cresta di Costabella. L'obiettivo era quello di arrivare fino a Forcella Uomo e quindi avevamo anche la corda per attrezzare se necessario.
Obbiettivo impegnativo. Tutti convinti ( quasi tutti). Qualcuno aveva già brontolato per l'alzataccia e invece di partire alle 6, come da programma, era partito mezz'ora dopo correndo in autostrada in barba agli autovelox e aveva anche dichiarato che per eliminare dislivello e recuperare tempo avrebbe preso la cabinovia.
Io, la cabinovia ? " Mai. Se si fa , si fa tutta a piedi. "




Ad Agordo troviamo un po' di confusione perchè consegnano i pettorali per la Transcivetta che credevo una gara per pochi eletti, ma dal numero dei partecipanti non sembrerebbe. Forse al mondo ci sono più superman che comuni mortali.
La pasticceria non ci tradise però nemmeno questa volta, nonostante la ressa. Meglio un krafen alla marmellata che una barretta energetica.



Partiamo in quattro ( io, Tabarez, Ale e Tabani) dal passo San Pellegrino. Alri due ci raggiungeranno con la cabinovia da Costabella al passo delle Selle. Attorno a noi, tranquille vacche di montagna molto belle e con le ciglia lunghe ci guardano. Andrea ha i pantaloni rossi ma non c'è nesun toro che lo carica.
In alto nuvoloni neri posizionati esattaente sulla cresta di Costabella....



Al passo delle Selle scopriamo che la sera prima ha grandinato copiosamente e ai bordi del sentiero ci sono ancora dei mucchi di ghiaccio che sembrano appena usciti dal frezeer. Il gestore, al quale chiedo un parere dopo essermi imbragata, ci sconsiglia la salita, visto il tempo, e così , un po' demoralizzati, apriamo la carta topografica in cerca di qualche ripiego ( mi riprometto che la prossima volta verrò in montagna solo con alta pressione e sole previsto su tutte le alpi, promessa mai mantenuta sinora).
Sulla carta si vede il rifugio Taramelli e la passeggiata verso il rifugio sembra non troppo corta. Arrivati lì, in base al tempo e al nostro spirito, decideremo cosa fare. Ancora non sappiamo quale splendida avventura ci riserva questa meta alternativa.
Iniziamo a scendere nella valle di Monzoni per un sentiero ripido. La zona è ricca d'acqua . Ci son cascate a destra e a sinistra. Proseguendo nella discesa, ad un certo punto, vediamo il rifugio di pietra e fatto a cubo, chiuso nella valle. Visione da favole. Credo di aver fatto la stessa espressione di Biancaneve quando ha visto nel bosco la casa dei sette nani. Inizio a pensare che la sveglia alle cinque non è stata inutile, nonostante la rinuncia all'obbiettivo iniziale.



Al Tarmelli non hanno le cartoline per la mia raccolta e così lascio al gestore 2 euro e il mio indirizzo facendomi promettere che mi spedirà la cartolina a Padova. Oggi è il 15 di Agosto e non è ancora arrivato nulla ma sono fiduciosa nella bontà del gestore.
E' solo mezzogiorno e pensare che la mia escursione finisce qui e che dopo pranzo rifacciamo il percorso a ritroso non mi sta bene. Nemmeno un giro ad anello ????
Dalla carta sembrerebbe possibile proseguire fino al rifugio Vallaccia ( mt. 2275.) salire fino alla foreclla la Costella ( mt. 2510) e poi ridiscendere un po' sotto il passo San Pellegrino in direzione Moena , forse un po' più vicino a Moena che al passo ma si potrebbe risolvere con l'autostop per riprendere la macchina.
Due dei miei amici, quelli della cabinovia, hanno fame e uno ha anche mal di testa e quindi non se la sentono di fare il giro ad anello, ma Michele, generosmente, si offre di venirci a riprendre all'uscita del sentiero a Ronc di Fassa con la macchina. Noi quattro rimasti, a questa frase, ci scambiamo una rapida occhiata e quindi Ale esclama " Beh , se è così allora possiamo davvero provarci". In tre secondi abbiamo già gli zaini in spalla e correndo salutiamo e auguriamo buon pranzo e buon ritorno !! Ci vediamo a Ronc di Fassa.




Il sentiero verso il Vallaccia non è molto ripido per cui teniamo un bel passo sostenuto. Sulla strada incrociamo una serie di casette di legno attrezzate a bivacco. Bello, da farci un pensierino a ripassare di qui. In 45 minuti siamo al Vallaccia ed è persino comparso il sole. Il rifugio è di legno con gli infissi rossi e dentro è caldo ed accogliente. Peccato non potersi femare più a lungo. In ogni caso hanno la cartolina per la mia raccolta.



Breve pausa e quindi si punta alla forcella. Il sentiero si fa più impegnativo. Ci mettiamo il casco per passare sotto il paretone di punta Vallaccia. Scaliniamo sulla grandine del giorno prima impaccata come neve ghiacciata. Tabarez vince la sfida per la forcella e arriva primo. In cima tira una bella aria ma ancora non piove.



Foto di rito anche perchè da qui inizia la discesa e le difficoltà dovrebbero essere finite. E invece... ecco la prima sorpresa. Dalla carta il nostro sentiero dovrebbe scendere più meno verticalmente a zig zag dalla cima e invece il segnavia indica di prendere a sinistra. Proviamo a seguire la labile traccia indicata dalla tabella ma questa finisce nel niente perciò ritorniamo alla forcella e tirata fuori la bussola e orientata la carta decidiamo di scendere. Dopo una cinquantina di metri iniziamo a vedere dei segni bianchi e rossi che ci danno la conferma di aver preso la strada giusta.



Il sentiro procede su terreno sconnesso dagli scavi delle marmotte che nascoste fischiano in continuazione. Pericolo oggettivo della montagna: "possibilità di cadere dentro un buco di una marmotta" ai corsi non te lo insegnano ma qui è proprio così.



Il sentiero non è molto segnato, ma più o meno capita la direzione, ci siamo orientati con la bussola e la carta. Bellissimo l'incrocio con altri sentieri dove c'era il palo con tutti i segnavia attaccati tranne il nostro che era per terra.


Incontri ravvicinati con marmotte a iosa e ad un certo punto verso il limitar del bosco con mucche e cavalli ed infine anche con un cerbiatto che ci guradava dall'alto curioso.


Ore 15 e 30 suona il mio cellulare in fondo allo zaino. E' Michele che è già arrivato al passo San Pellegrino per sapere a che punto siamo. Non ne ho la più pallida idea ma mento spudoratamente per paura che non ci aspetti. "Siamo già nel bosco sui 1700 metri , fra mezz'ora arriviamo all'uscita del sentiero."


Dopo dieci minuti troviamo un cartello che indica "ronc di fassa 50 minuti". Un acceleratina finale, qualche goccia di pioggia e non ci hanno aspettato neanche più tanto.


Grazie a tutti, anche questa volta è stata un'avventura stupenda.

Il link del percorso rilevato con il GPS.

mercoledì 28 luglio 2010

6 giugno 2010 - Arco - Placche Zebrate - Man-ilia

Arco - Placche Zebrate. Posto mitico per chi arrampica. Un parcogiochi di calcare dove il gioco è l'aderenza, un paretone di 600 metri nella valle del Sarca proprio sopra il lago di Garda. Ma come ci siamo finiti noi sotto le placche zebrate ?
Avevamo raccontato a Renato delle nostre piccole esperienze di arrampicata, forse gliene avevamo parlato con troppo entusiasmo, quello di chi ha appena cominciato e ha voglia di spaccare il mondo e così domenica mattina alle 8 ci siamo trovati in macchina direzione Arco.
Non avevamo idea delle sorprese che ci avrebbe riservato la giornata.
In macchina Roberta tira fuori la guida della falesia e ci chiede cosa vogliamo fare. Io sfoglio il libretto e leggo: Opera Prima -100m - 5b, Via della mimosa -100 m 7c, Donne in cerca di guai 120m -5b , 46° parallelo -180 m -4c....
Qualcosa non mi torna, ma penso che si può sempre fare il primo tiro e poi scendere e riprovarne un altro. Alle numerate di Rocca Pendice si fa così, no? Ma lo tengo per me.
Fermiamo la macchina nel parcheggio del bar "le placche Zebrate" che è proprio di fronte alle parete, dall'altra parte della strada e facciamo colazione.
In macchina prendiamo imbrago, corda casco, rinvii e altro materiale. Renato ci chiede quanti cordini abbiamo e se abbiamo la piastrina e qui c'è una altra cosa che non mi torna. Io a Rocca alle numerate , i cordini non li ho mai usati e nemmeno la piastrina, ma per fortuna ce li ho. Magari oggi imparerò qualche manovra nuova.
Di nuovo la domanda " allora ragazzi che via facciamo oggi? ".
beh cominciamo con un tiro qualsiasi non proprio difficile, dico io e poi vediamo e così decidono che si parte con Man-Ilia che capirò dopo perchè si chiama così.

Attraversiamo un sentiero nella pineta, mi sembra di essere a Lignano. Fa un caldo disperato e sudo l'impossibile per camminare 10 minuti. Ad un certo punto Renato suggerisce di mettersi il casco e così guardo in alto dove vedo da vicino il paretone dove dovremo salire. Inizio a sudare ancora di più.

Il patto è questo. Facciamo il primo tiro vediamo come va e poi decidiamo se andare più su o scendere. Renato dice che fare un tiro o farne sei è lo stesso e anche se la cosa non mi convince più di tanto, la prima lunghezza , al di là della tensione e del caldo è abbastanza facile.
Siamo due cordate. Renato e Tabarez portano su la corda.
Quando Renato arriva al secondo rinvio della via ( circa 10 m ?. Si vede che ad Arco gli spit costano moltissimo), Tabarez parte e Renato gli da qualche indicazione sulla linea da seguire. Io e Roberta saliamo per seconde. Tabarez sembra non avere tentennamenti ed è sicuro. Io ho la corda dall'alto che psicologicamente aiuta molto. Il primo tiro è un terzo grado e non ho mai dubbi su dove mettere piedi e mani, perciò quando Renato chiede se ce la sentiamo di proseguire, diciamo di sì senza esitazioni. Così, lentamente saliamo. Sono così rilassata che anche in sosta non tolgo mai le mani dalla roccia nonostante gli sfottò dei miei compagni. Primo, secondo, terzo tiro e finalmente arriviamo in un terrazzino comodo. Siamo a 90 metri da terra e per la prima volta guardo in basso. Se guardo sotto sotto fa un po' impressione, ma se guardo un po' più in là, vedo il bosco, la strada, il lago, cavolo, perchè non siamo andati al lago oggi?
Beviamo un po'. Io aspiro come un'idrovora la mia bottiglietta di acqua e sali. Mi ricarico un po'.

Si riparte, siamo a metà ormai ma qui.. inizia il difficile. Renato avvisa che ci saranno un paio di passaggi leggermente più complicati e parte. In effetti , qui la parete è un po' liscia. Ci sono dei tratti da fare in aderenza e non è così facile fidarsi. Sono un po' in apprensione per Tabarez e stringo fortissimo la corda. Gli spit sono lontani. Su 40 metri non usiamo nemmeno 10 rinvii. Adesso capisco a cosa servivano i cordini. Renato quando può, li infila nelle clessidre naturali della roccia e il rinvio lo passa anche lì.
Salgo da seconda e dovrei avere una corda bella tesa dall'alto, e invece capita che la corda me la trovo che fa un ansa sotto di me. Tabarez recupera la corda!! Ma proprio oggi doveva imparare a recuperare con la piastrina ? Renato dagli un occhio!
Quarto tiro fatto.
Il quinto, non finisce più. Sono cinquanta metri. E' divertentissimo ,però, perchè per i piedi non ci sono molte prese ma ci sono delle maniglie bellissime per le mani. In ogni caso ho magnesio ovunque, non solo sulle mani, ma anche sui vestiti e sulla faccia. Posso tenermi su con qualsiasi cosa.
Al sesto e ultimo tiro, c'è un dietro da affrontare che Roberta definisce buono per il marmo del santo. Io e Tabarez stanchi facciamo un po' di casino con i rinvii e lui parte senza. Ma Roberta suggerisce di usare quelli che ha già messo Renato e così siamo salvi.
All'uscita della via, Tabarez è velocissimo e faccio una fatica incredibile a far sicura con il mezzo barcaiolo e mi pizzico le dita almeno sette volte.
Alla fine siamo fuori tutti. Finisco tutta l'acqua. Gli altri mangiano. Io ho lo stomaco ancora troppo chiuso.
Per scendere un sentiero ripidissimo, scivolossimo e molto più pericoloso dell'arrampicata.
Tabarez ha una faccia stranissima e dopo un po' mi dice " Io non ho avuto paura".
Io mi sento invece come Forrest Gump che senza capire perchè è diventato un'eroe. Anch'io ho semplicemente corso.

Sosta per coca gigante al bar "le Placche Zebrate", dove scopro che esiste un libro dove si può lasciare una dedica. Una sorta di libro di vetta. Me lo leggerei tutto, ma c'è poco tempo. Si torna a casa.

In sentesi: Man-Ilia 220 m. 6L 4c. La mia autostima è in forte crescita. Io e Tabarez resteremo in una sorte di trance mistica per tutta la settimana successiva.

Un grazie sincero a Renato e Roberta. Chissà quando ci ricapita.


venerdì 12 marzo 2010

6 Marzo 2010 - Fondo a Forte Cherle

Per concludere la stagione sciistica, quasi nemmeno cominciata quest'inverno, abbiamo pensato di fare un giretto sulle piste di fondo a Forte Cherle.
Tra Veneto e Trentino, vicino a casa, ci sono piste da fondo ben più vaste con collegamenti di 60 km, Enego, Gallio e poi ancora MilleGrobbe e Passo Coe, ma Forte Cherle , con solo 15 Km di piste ha un fascino tutto particolare, fa parte di quella montagna dimenticata lontana dal turismo di massa dove il tempo sembra essersi fermato a trent'anni fa.

Gli impianti si trovano presso l'albergo forte Cherle gestito dalla signora Carla e dalla sua famiglia. Il noleggio sci è dietro l'albergo, nel garage di casa e gli scarponi li tengono in uno sgabuzzino riscaldato.

Il biglietto per le piste costa 4 euro. L'ingresso è una casetta sulla strada che collega Tonezza a Folgaria ma sulla strada non passa una macchina, perchè d'inverno dopo le nevicate viene chiusa a causa delle scariche di neve e sassi della montagna e solo chi ama veramente questo posto sale per Lavorone raggiunge quasi Folgaria per venire qui.

E' sabato e ci sono sì e no quindici persone. La giornata è splendida. Cielo pulito, temperatura sotto zero, vento freddo. Pista quasi completamente al sole.

Passiamo qualche ora sugli sci e poi andiamo a farci preparare il favoloso panino con lo speck dalla signora Carla e ci sediamo fuori al sole.

martedì 8 dicembre 2009

6 Dicembre - Arco, Placche di Baone

Dopo quasi due mesi di incertezza, mercoledì 2 dicembre ho comprato la corda. Ederlid 70 metri, 9,8 mm. Bellissima.
Bisognava andarla a provare e quale posto migliore di Arco, patria dell'arrampicata sportiva?
Dicembre non è il mese più adatto per arrampicare all'aperto, ma spostandosi nella valle del Sarca si può trovare ancora un clima che seppur invernale è mitigato dall'influenza del lago. Il meteo, in questo lungo finesettimana del ponte dell'immacolata non è dei migliori, ma domenica si poteva sperare in qualche sprazzo di sole.
Partenza ore 8 da Padova, siamo solo noi due, io e Tabarez. Direzione Arco, Placche di Baone.
Una volta parcheggiata l'auto, attraversiamo a piedi il paese di Chiarano, poco dopo Arco, e seguiamo le indicazioni per la falesia di Baone che ci portano in salita per una stradina sterrata che attraversa un uliveto bellissimo dove incontriamo dei contadini che stanno raccogliendo le olive.


Arriviamo sotto le placche di Baone settore Ondulina. Dietro di noi, in basso il lago di Garda, in alto, oltre il lago, l'Altissimo di Nago imbiancato dalle neve. Sulla destra altre cime, quelle più alte innevate, le altre no. Ci deve essere anche Cima Capi dove siamo stati a maggio ma non riesco ad individuarla con precisione. Inizio a capire perchè più di qualcuno venendo dalla città si è innamorato di questo posto e si è trasferito qui.

In falesia ci sono altri ragazzi che stanno provando a salire delle vie. Conoscono bene il posto e ci danno molto gentilmente qualche indicazione utile. Ci mostrano un foglio fotocopiato da una guida che spiega le vie della falesia. Il mio foglietto scritto a penna è decisamente meno chiaro. Il settore è piuttosto vasto e cerchiamo di scegliere delle vie abbastanza facili. E' pur sempre la prima falesia che affrontiamo da soli e dobbiamo portarci su la corda.
Tabarez mi fa sicura e inizio a salire, decisa (?!). Qualche passo e poi ? Dove vado ? Rispetto alle numerate di Rocca Pendice la parete è più obliqua ma non ci sono praticamente prese per le mani. E' da fare in aderenza. Mi guardo le scarpette, come a dirgli che mi fido di loro e che mi devono tenere e conquisto lentamente il primo spit dove attacco un rinvio e prendo fiato. Gli spit non sono così vicini tra loro come in palestra, ci saranno anche quattro metri tra l'uno e l'altro. Ogni chiodo che raggiungo un gran respiro e finalmente arrivo alla sosta, moschettone a ghiera che si apre facilmente, passo la corda, "Blocca!", ce l'ho fatta. Scendo. Però, mica male. Ondulina 4a conquistata da primo. Una bella soddisfazione per una vecchietta come me. Fuori ci sono 8 gradi, e io ho un caldo tremendo.
Sale Tabarez e poi la riprovo da seconda. Così è più facile, o meglio c'è meno tensione.
Tiriamo giù la corda e ne proviamo un'altra "Cade la corda 3b". Proviamo tutti e due da primo. Tabarez, quasi arrivato in sosta, dopo l'ultimo rinvio, mette il piede su una placca bianca scivolosa e fa un metro in giù. Ma poi recupera. Tutto a posto.
Il sole oggi proprio non esce, inizia a fare freddo, ultimi giri e poi scendiamo. Per oggi è stata una grande emozione.
Di ritorno, ci fermiamo ad Arco dove da Red Point compriamo anche il Gri Gri. ( costava dieci euro in meno che a Padova). Una cioccolata calda e poi si torna a casa.
Bye Bye Arco. Speriamo che sia la prima di tante nuove avventure in parete.

giovedì 17 settembre 2009

12 Agosto 2009 - Verso il lago Stellune

Il lago Stellune è un lago di origine glaciale che si trova ai piedi dell'omonima cima in Lagorai.
Un lago blu smeraldo incastonato tra i graniti del Lagorai , "una visione di sogno, che rifulge con le acque color azzurro cobalto e riflessi verde smeraldo che lasciano senza fiato". ( Cfr. APT Trentino)

Un paio d'anni fa, a Ferragosto, avevamo provato a raggiungerlo partendo dal Rifugio Carlettini sopra Strigno in Valsugana, ma la giornata era stata sfortunata e a causa di un piccolo incidente avevamo rinunciato.
Antonio, già dall'anno scorso, mi raccontava di voler raggiungere lo Stellune dalla Val di Fiemme attraverso un percorso in quota e di organizzare una gita da quelle parti. A noi era rimasta la voglia di vederlo. Il giro, sulla carta Kompass e Tabacco, sembrava abbastanza lungo, ma con poco dislivello, il sentiero non era segnato difficile e il percorso portava lungo una serie di laghi glaciali sicuramente magnifici.

Così, ci siamo dati appuntamento per le sei di mattina del 12 Agosto a Padova e alle sei meno dieci eravamo già in auto direzione Cavalese. A Cavalese abbiamo preso la funivia del Cermis resa tragicamente famosa per l'incidente dell'areo americano che costò la vita a molte persone. Salendo, non abbiamo potuto fare a meno di chiederci come abbia fatto l'areo degli americani a tranciare il cavo della funivia. Doveva proprio volare radente al suolo. Stavano giocando con la vita delle persone e gliel'hanno tolta.

All'arrivo della funivia, non possiamo che constatare che anche sopra i 2000 metri, la giornata non è delle più limpide, c' è una fresca brezza ma dopo la prima mezz'ora di cammino già ci si può togliere il maglione.

Prima tappa e prima forcella di Bombasel, sopra un lago dove fanno i concerti di musica classica e poi , sempre in salita, forcella del Macaco . Da questa seconda forcella si vede una lunga valle scavata nei graniti che dovremo percorrere al ritorno. Decidiamo di ragiungere lo Stellune da un' altra valle per fare un giro ad anello (una delle fissazioni e delle maledizioni degli escursionisti esperti : perchè andare e tornare dalla stessa parte se si può fare un giro ad anello ?) e saliamo quindi verso la ripida forcella del Vallone per un sentiero impervio e mal segnato. L'erba ha ricoperto la traccia in alcuni punti forse per il poco passaggio. Appena sotto la forcella, una coppia di escursionisti sta facendo la pausa pranzo e ci guarda un po' sconcertata quando ci vede svalicare verso la Val Moena. Più sconcertati ancora rimaniamo noi sul sentiero di discesa dopo mezz'ora di cammino ( un po' troppa discesa e un po' troppo tempo) quando non abbaimo ancora trovato il bivio del sentiero che dovrebbe risalire verso la forcella dell'Oro delle Buse( in breve forcella dell'Or). Antonio prova a salire il pendio fuori dal sentiero per vedere se abbiamo perso la traccia. L'unico sentiero che si presenta e solo a tratti è quello che stiamo percorrendo noi anche se rispetto alla cartina Tabacco di Antonio e alla nostra Kompass non corrisponde. Proseguiamo per questa traccia, d'accordo che se non arriveremo a un bivio che risale entro breve dovremo tornare indietro. Il cielo si è fatto ancora più scuro a causa di qualche nuvola davanti al sole, e questo non aiuta il morale. Finalmente un bivio si presenta ( non abbiamo l'altimetro, ma di sicuro siamo più bassi di un 150 metri di quello che dice la cartina) e si ricomincia a salire ma il sentiero non è dei più battuti e si procede con calma. Pietre laviche scure che fanno un rumore di cocci di vetro rotti quando ci passiamo sopra, erba che copre il sentiero e le sconnessioni del terreno. Si procede con fatica. E' l'una passata, sono tre ore e mezza che camminiamo e nella testa mi sorge un tarlo ( l'ultima funivia è alle cinque e mezza, se la perdiamo ci saranno mille metri di dicesa) e quindi, accelero il passo, per quanto possibile. Ad un certo punto arriviamo ad un bivio dove da una parte si potrebbe andare verso il lago dello Stellune (il tempo di percorrenza indicato è di 2 ore e trenta) e dall'altra parte c'è la via del ritorno (se così si può dire ) per la forcella dell'Or e la forcella Lagorai ( quella dove si deve prenderà la valle in discesa cha avevamo visto la mattina). Io, per rafforzare la mia decisione, mi siedo su un sasso e giuro di non muovere più un passo verso lo Stellune, che sicuramente non esiste ed è un invenzione dell'ufficio turistico del Trentino. In ogni caso, se esistesse, non avrebbe mai potuto essere raggiunto da alcun escursionista, perchè troppo lontano. Taccio sul fatto che a questo punto, da uno zaino, è spuntata una cartina 4LAND di nuova generazione tracciata con il GPS, intonsa, che era rimasta nascosta perchè non aveva dei bei colori. Anche gli altri, non volendo nemmeno pensare di ricorrere all'utilizzo della pila frontale per la sera, optano per la via del ritorno e quindi, con un po' di fame che si fa sentire, ci mettiamo gambe in spalla verso la forcella dell'Or. Una bella fatica arrivare in cima, ma quando ci siamo, il paesaggio ci lascia davvero senza fiato, per non parlare poi del sentiero che da lì conduce alla Forcella Lagorai e la vista da quest'ultima verso Cima D'Asta, la regina del Lagorai, sgombra dalle nubi.

Intercettata la via del ritorno, possiamo rilassarci per un attimo e mangiare qualcosa. Le nuvole che fino ad ora ci avevano accompagnato si diradano e tutto cambia aspetto. Il grigio, fino a poco prima minaccioso dei graniti, diventa argento brillante e il sole scalda gli animi. E da qui fino al ritorno è un continuo meravigliarsi per la valle incantata che stiamo attraversando, dove si trovano dei laghetti color smeraldo e un torrente d'acqua cristallina scorre. Alla fine di questa valle meravigliosa riprendiamo a ritroso la strada del mattino fino al lago di Bombasel e alla funivia, dove arriviamo giusto cinque minuti prima dell'ultima corsa.

Resta il ricordo di una bellissima giornata di avventura pura e resta aperta la partita con lo Stellune sulle cui rive prima o poi andremo a piantare la bandiera del CAI di Padova e quella dei Mussati Patavini.

lunedì 23 marzo 2009

15 Marzo - Ciaspolata in Val Venegia

Chi me l'ha fatto fare di svegliarmi alle 5 anche questa domenica mattina ? E' sempre lei la mia meravigliosa e maledetta passione per la montagna. I ripensamenti durano il tempo di alzarsi e vestirsi. Poi il profumo del caffè scaccia ogni dubbio. E quando ( non ancora le 6) arrivo al punto di ritrovo e vedo le facce altrettanto assonnate dei miei compagni di gita, ho la certezza che anche oggi non resterò delusa e che insieme passeremo una splendida giornata.

Il pullman ci porta a passo Valles e da lì risaliamo con le ciaspole ai piedi, la Val Venegia fino al passo Rolle.
Il primo tratto di sentiero è nel bosco, poi si esce in una piana assolata con vista in primo piano sul Mulaz , 2906 metri di maestosa roccia dolomia.
In barba al meteo (e in barba a Zagallo) che dava brutto tempo, la giornata è splendida e ci possiamo godere uno spettacolo incredibile. Se dovessi far conoscere a qualcuno la montagna, lo porterei esattamente qui in Val Venegia, perché sembra di essere dentro una cartolina perfetta. Di neve ce ne sono ancora più di due metri e quando siamo arrivati alla Malga Venegia ne abbiamo avuto la prova tangibile, vedendo gli uomini che spalavano la neve dal tetto.

Dalla Malga Venegia si risale la valle verso la Malga Venegiota sempre in falso piano. Si procede tranquillamente su una traccia di neve ben battuta. Superata questa Malga il sentiero inizia a salire fino alla Baita Segantini dove si fa la sosta pranzo e dove tutti possono ammirare con invidia il panino astronave di Massimo e i biscotti giganti che Roberta inzuppa nella tazza di the ricavata dal coperchio del thermos.

Dopo la sosta, saliamo la Cima Costazza dal versante Nord. Dalla Cima la vista spazia a 360° ( vedi video allegato) e la soddisfazione è notevole, anche nella discesa sulla neve fresca.

Ultimo sforzo fino a passo Rolle dove si conclude la nostra gita.

martedì 10 marzo 2009

28 Febbraio - 1 Marzo - Altissimo di Nago

Dopo una giornata incredibile di sole e neve, siamo arrivati al Rifugio Altissimo dove sono previsti la cena e il pernotto. Distrutta dalla fatica ed estasiata dal panorama, resto fuori almeno un'ora per scattare le foto a prova dell'incredibile impresa. Salire una cima dà sempre una grande soddisfazione, ma salirla con la neve è un'altra cosa. Sia per la fatica ( ogni passo richiede sforzo e concentrazione) sia per l'incredibile bianco scenario che si presenta dall'alto.
La visione delle cornici di neve modellate dal vento, delle mensole sulle pareti innevate da dove qualche giorno prima si è staccata una valanga, del profilo maestoso e luccicante del Baldo resteranno a lungo impressi nella mia mente. Mentre sono in contemplazione del panorama, la maggior parte della comitiva si fionda dentro il rifugio in cerca di un posto caldo. Così, quando entro, i letti al piano terra e al primo piano dove ci sono le stufe accese, sono già tutti occupati e a me resta il secondo piano alias sottotetto dove fa decisamente freddo tanto che, respirando, dalla bocca esce fumo come se fossimo all'aria aperta. Per fortuna ci sono tre coperte a testa e poi nella stanzetta da quattro posti ci sono sei letti quindi si potrà contare sull'effetto stalla per scaldarsi. C' è una bagno anche al secondo piano, ma il cartello appeso sulla porta d'ingresso "solo pipì" mi ricorda una cosa che sapevo già : non c'è acqua corrente. Cerco di tirar fuori il mio spirito d’adattamento, ma mi viene la nausea lo stesso. Respingo il pensiero a quando ci sarà la necessità e più congelata di quando sono entrata, scendo al piano terra per appropriarmi di un posto in pole position vicino alla stufa. C’ è sempre un qualcosa di magico nella sala pranzo dei rifugi, quando sorseggiando una tazza di the o di vin brulè tenuta a piene mani per scaldarsi, si rivivono i momenti della giornata. Chi racconta della salita che non finiva più, chi della neve troppo soffice su cui non si faceva presa, chi mostra le foto sullo schermo della digitale, chi si ricorda di quando era stato qui d’estate, di quella volta che ... Tra una chiacchiera e l’altra arriva l’ora della cena. Il rifugio è accessibile solo a piedi o con gli sci, quindi tutto quello che mangiamo è stato portato a spalle dai gestori. Nonostante questo, non manca niente: orzetto, canederli, polenta, formaggio, salsiccia, funghi, crauti, fagioli, carne salada , torta sbrisolona e non sono le possibilità di scelta del menu, è tutto quello che abbiamo mangiato. Tutto buonissimo. Quella degli alpinisti è una fame sincera.

In più, per conciliare il sonno e scaldare gli animi e i corpi, ad un certo punto, sopra i tavoli sono comparsi dei vasi da conserva pieni di grappa a tutti i gusti nel numero di 39. Da un classico pino mugo, genziana, mirtillo alle erbe dai nomi più strani fino all’aglio e al peperoncino. Non credo che qualcuno sia riuscito ad assaggiarle tutte anche se molti ci sono andati vicino, ma la grappa era buona perché il giorno successivo non c’era nessuno con il mal di testa. La serata è stata davvero divertente e abbiamo dovuto smentire la regola per cui in rifugio alle dieci si spegne la luce e si va a dormire presto.

Poi quando abbiamo appoggiato la testa sul cuscino, qualcuno ha preso sonno subito, molti altri sono rimasti ad ascoltare la dolce sinfonia di chi ronfava placidamente, anche se chi ha dormito, giura di non aver mai russato in vita sua.

Al mattino successivo, il Monte Altissimo era avvolto dalle nuvole e noi eravamo nel mezzo. Aria umida e gelida, visibilità poco più di cinque metri, ma il nostro magico capo gita e i nostri accompagnatori sono riusciti a riportarci a valle ignari del fatto che avremo raccontato quello che era successo.

martedì 3 marzo 2009

28 Febbraio/1 marzo 2009 - Ciaspolata al Rifugio Altissimo

Martedì mattina. Sono passate già due notti di riposo ma l'acido lattico non accenna ad andarsene. Sembrerà strano, ma ogni volta che sento i muscoli tirare mi viene in mente un piacevole ricordo, fatto di neve, freddo, sole, nebbia, sorrisi, fatica...Non immaginavo che due giorni sulla neve potessero essere così appaganti.
Ho visto un posto finora a me sconosciuto e mi ha lasciato meravigliato e stupito. Lì al Rifugio Graziani, i cartelli quasi completamente sommersi dalla neve mi dicono che d'estate passa una strada, che si può venire in macchina ai piedi dell'Altissimo. Si vede anche il cartello del parcheggio ma il parcheggio non c'è: mi fido delle indicazioni. Intorno è tutto bianco: davanti a noi una lunghissima salita da attaccare con le ciaspole per raggiungere la vetta.
Inizio il cammino... calcio deciso sulla neve con la punta, per piantare il rampone. Ho il fiatone, mi fermo, riparto, faccio fatica. Il sole picchia forte sulla distesa innevata e il manto bianco inizia a squagliarsi e fa scivolare. Più si sale e più è difficile fare presa sul terreno.
Ancora un po'...ancora qualche metro...Vedo Renato che da lassù scruta col binocolo la colonna di persone che sale faticando lungo il ripido pendio: si preoccupa che tutti arrivino alla meta, molla lo zaino, si lancia giù e affianca gli ultimi, li incita a salire e tutti arrivano alla cima.
Siamo tutti arrivati: il rifugio Altissimo ci aspetta lì, ne vediamo solo il tetto, il resto è sommerso da 4-5 metri di neve. Finalmente si può riposare al caldo e scherzare in compagnia. Ci raccontiamo della fatica, dei paesaggi visti, del Garda che non si vede perchè giù c'è nebbia, dell'impresa che abbiamo portato a termine, siamo tutti affaticati ma soddisfatti.
Passano le ore, guardiamo il sole che colora il cielo di rosa e di mille tinte violacee, poi sparisce e ci lascia avvolti da un paesaggio silenzioso, irreale, incantato.
Ancora niente con quello che verrà dopo...
Usciamo fuori. E' calata la notte, il vento sferza la cima del monte e il freddo è quasi insostenibile. Resistiamo dieci minuti, con la testa piegata verso l'alto: centinaia, migliaia, milioni di stelle punteggiano il cielo terso e noi fatichiamo a riconoscere le costellazioni, completamente diverse da quelle che di solito siamo abituati a vedere, fatte di 7-8 stelle soltanto e qui sono migliaia!
Una stella cadente taglia la volta in verticale...ci penso un secondo solo ma non esprimo alcun desiderio: il desiderio era quello di vivere una giornata indimenticabile e questo si è già avverato...
Rientriamo al caldo del rifugio a riposare. Non sappiamo ancora cosa ci riserverà la natura domani: sarà uno spettacolo diverso, un nebbione e un freddo da paura, ma sarà pur sempre un spettacolo di quelli che ti rimangono nel cuore.
Gustatevi un bel po' di foto qui e qui!

lunedì 5 gennaio 2009

26 ottobre 2008 – Cima Capi Ferrata Susatti – Foletti

Il 2° corso escursionismo 2008 è finito. Per lo meno il programma ufficiale. Gli istruttori hanno organizzato un’uscita facoltativa in ferrata sulle montagne del Garda.

Il Venerdì sera precedente ci troviamo in sede al CAI per provare l’attrezzatura generosamente prestata dall’alpinismo giovanile: imbrago, set da ferrata e caschetto.
Siamo una quindicina di coraggiosi, ma decisamente imbranati e la pazienza degli istruttori viene ripetutamente messa alla prova. D’altronde domenica non si potrà scherzare sulla sicurezza. Inizio ad avere un mal di pancia da paura.
Sabato provo ad indossare l’ imbrago così da essere sicura di non dimenticare come si fa per il giorno successivo.

Domenica, ore 6 partenza da Padova. La ferrata è classificata come facile e bellissima dal punto di vista panoramico, ma le foto trovate sul Web ritraggono anche degli strapiombi. Il mio mal di pancia si fa sentire di nuovo. Sono un po’ tesa.
Due degli accompagnatori invece sono rilassatissimi tant’è che non arrivano all’appuntamento e dobbiamo chiamarli a casa per svegliarli.

Ore 10 e 15, imbocchiamo il sentiero di avvicinamento nel bosco. I colori sono quelli dell’autunno e in qualche tratto tra i rami e le foglie si scorge il lago di Garda. Magnifico.
Si arriva all’attacco della ferrata Susatti. Buoni quaranta minuti per indossare l’attrezzatura e assumere il doping del perfetto alpinista ( frutta secca e banane) e finalmente attacchiamo.
Verso la parte finale della parete che dovremo affrontare si vedono altre persone che sono quasi arrivate. Mi convinco che ce la posso fare anch’io, ma il mio mal di pancia sembra contraddire la mia volontà.
Renato è davanti e ci da qualche nozione di arrampicata. Facile no? Procedo lentamente, cercando titubante gli appigli con le mani e con piedi. La cosa che mi risulta più difficile è lo sgancio e riaggancio dei moschettoni. Faccio una fatica tremenda a tirare giù la molla e una volta su tre, quando assicuro il moschettone al cavo, mi pizzico le dita. Dietro di me in parete seguono le due teste fine del corso, gli ingeneri ricercatori dell’università di Padova, e Renato propone loro l’invenzione del moschettone ad apertura vocale. Intanto però ci si arrangia con le mani.
Al di là della mia guerra personale con i moschettoni, mi diverto a cercare gli appigli con le mani, a trovare i punti di appoggio sui cui fare forza con i piedi per scalare la parete fino a quando, presa nelle mia velleità alpinistiche, mi dimentico di guardare cosa fa Renato davanti a me, e invece di seguire la sua traccia, mi infilo in un canalino chiuso in alto da una roccia inclinata nel quale mi incastro. Ci metto almeno dieci minuti per uscire nel passaggio da sesto grado che mi sono creata, rimettendoci anche un ginocchio. Gli ingegneri sotto di me ne approfittano per fare foto al panorama e al mio fondoschiena.
La parte finale della ferrata verso la cima è più facile.
Alla cima ci siamo arrivati credo nel doppio del tempo indicato nelle guide, ma fa lo stesso, la soddisfazione è grande, la meta è raggiunta. In vetta c’è anche la bandiera italiana quasi a celebrare la nostra impresa. Mi sento euforica e così i miei compagni quando arrivano. Riempiamo una pagina intera del libro di vetta per lasciare memoria della nostro passaggio. Foto di gruppo.
Pranzo e abbondate acqua per rimetterci in sesto e poi si scende per un’ altra ferrata, la Foletti.
In quaranta minuti la percorriamo. Solo un brivido in uno degli ultimi passaggi che sono in discesa. Attacco il moschettone al cavo e questo scivola giù di un metro fino al fittone. Capisco, che se sbaglio l’appiglio, farò la sua stessa fine. Sto attenta e indenne effettuo il passaggio.
Raggiungiamo il bivacco e poi ritorniamo al parcheggio dove abbiamo lasciato le macchine per un altro sentiero. C’è scritto “per alpinisti esperti”. Mi sento un drago! Ragazzi, che giornata! Una vera bomba!

domenica 4 gennaio 2009

3 Agosto 2008 - Rifugio Brentari a Cima d'Asta

Lagorai - Massicio di Cima d'Asta.
Partenza da Malga Sorgazza m. 1450, in una domenica d'agosto che si mostra soleggiata. Direzione Rifugio Brentari Cima d'Asta m. 2476 .
Sentiero impegnativo, soprattutto nella parte finale prima di raggiungere il rifugio. Sarà stato per le roccette, sarà stato perchè era l'ultimo tratto dei mille metri di dislivello, ma la fatica si è fatta sentire.
La vista del Lago sotto Cima d' Asta quando arriviamo è fantastica : uno zaffiro incastonato tra i graniti. Sosta per un panino e poi dentro in rifugio dove nasce la discussione che porterà al nome "i Mussati Patavini".
Usciti dal Rifugio, dove le chiacchiere si sono protratte a lungo, Cima D'Asta è stata avvolta dalle nuvole, quindi rinunciamo alla salita e scendiamo a valle per la Forcella del Passetto e la Campagnassa (un po' lunghina anche perchè le forcelle erano ben tre). Riusciamo a vedere una marmotta e una famiglia di vicentini che ci supera alla velocità dei camosci prima di essere avvolti dalla nebbia fino alla fine del percorso.
Qui le foto.

Cartina KOMPASS n° 626

sabato 3 gennaio 2009

Il corso escursionismo base 2008

Da aprile ad ottobre del 2008 il corso escursionismo ci ha portato in giro per le nostre montagne, dai vicini Colli Euganei fino all'altissimo Piz Boè del Sella.

Riuniamo qui tutti i link alle raccolte di foto scattate in occasione delle varie escursioni:
Colli Euganei
Val Imperina

Altipiano di Lavarone e Luserna
Cima Cavallazza e Val Venegia

Tre Cime di Lavaredo

Col di Lana
Piz Boè
Cima Capi


5 ottobre 2008 - al Becco di Filadonna

5 ottobre 2008 - Becco di Filadonna.

Partenza dal bar ristorante Sindech
(1113m), presso il passo della Fricca, salita per il sentiero n.439 alla seconda e terza cima del Cornetto e al Becco di Filadonna (2150m) e successiva discesa per il sentiero n.442 con sosta al rifugio Casarota (1572m) e ritorno al Sindech.




Splendida giornata con cielo terso, temperatura rigida la mattina e una spruzzata di neve fuori stagione sulla cima che ha reso l'arrivo in vetta e soprattutto la discesa un po' più complicati, ma che ci ha dato l'impressione di aver compiuto un'impresa alpinistica.

Cartina KOMPASS n°631.