domenica 25 ottobre 2009
Ottobre 2009 - Corso di Arrampicata Sportiva
Gli alpinisti, gli scalatori, i freeclimbers che vedevo dal basso sono sempre stati per me qualcosa di simile ai supereroi, avvolti da un alone di fascino e mistero.
Da escursionista, ho sempre affrontato la montagna, nel modo più orizzontale possibile, con un piede ben fermo nel sentiero, di certo non avrei mai pensato di potermi trovare su una parete, attaccata ad una corda come loro. Ma un po' perchè nella vita non si sa ma mai cosa può succedere, un po' perchè è innato nel genere umano o forse solo alla specie di cui faccio parte, cercare di emulare i propri idoli e superare sempre i propri limiti, è successo che sabato 30 ottobre ho fatto lo spigolo del nasetto a Rocca Pendice. Sarà anche un via mono tiro e non l'avrò fatta da primo, ma a guardarla da sotto fatta da qualcun altro, sembra una salita più adatta all'uomo ragno che ad un comune mortale.
Arrampicare è estetica pura: un gioco di equilibrio e concentrazione mentale. Serve una buona dose di grinta e una perfetta consapevolezza del proprio corpo. In parete artificiale prevale la parte di gioco, su roccia si deve usare molto la testa, per leggere la parete e trovare la sequenza di piccoli passi che permettono di salire. Mentre sali, lo senti chiaramente se stai danzando con ritmo oppure se stai procedendo a caso. Non puoi mentire a te stesso.
Cose piacevoli dell'arrampicata: trovare con la mano una presa rassicurante che è dietro e non si vede, individuare un piccolo appoggio per i piedi, sentire le gambe che ti spingono sicure verso l'alto, appiattirsi contro la parete per stare in equilibrio e riposarsi un po', arrivare alla sosta e sentirsi wonder woman.
Cose meno piacevoli: sentire il peso della corda che stati cercando di infilare nel rinvio, farsi venire il dubbio sul nodo a otto quando stai per scendere, le scarpette che stringono.
Cose brutte : capire che sei quasi arrivato a rinviare e stai per cadere, sentirsi tirare in alto con forza quando fai sicura.
Un ringraziamento particolare ad Andrea, l'istruttore di arrampicata sportiva per aver detto che non sono troppo vecchia per cominciare, a Marco, la guida alpina, per avermi incoraggiato a continuare e infine a Glauco per aver seguito la sottoscritta in questa ennesima iniziativa.
domenica 4 ottobre 2009
20 SETTEMBRE 2009 - FERRATA VIALI A CIMA GRAMOLON
Si aggiungono Barbara e Ciro, di altra scuola cai, amici di Michele e Chiara.
Michele è partito con l'idea di provare la ferrata Viali per valutare se proporla come gita sociale il prossimo anno.
Chiara e Barbara sono partite con l'intenzione di fare una tranquilla passeggiata.
Io, da persona molto indecisa, mi sono portata appresso l'attrezzatura e ho valutato sul posto.
Al rifugio Bertagnoli abbiamo formato i due gruppi:
Chiara e Barbara hanno deciso di portare avanti la loro scelta e raggiungere Cima Gramolon per il comodo sentiero ad anello, tutti gli altri, me compresa, hanno optato per provare la ferrata.
Tanta è la voglia di fare la ferrata che arriviamo in cima senza averne visto l'attacco.
Dopo rapido consulto di mappe e persone di passaggio decidiamo di tornare indietro.
L'attacco della ferrata è in un canalone, a pochi minuti di cammino dal rifugio Bertagnoli (sentiero 221).
Indossiamo imbrago e attrezzatura e dopo rapido controllo a vicenda partiamo.
Ciro attacca per primo seguito a ruota da Michele .... e ... mi ritrovo a chiudere per la prima volta.
Il primo brivido ha le sembianze di una scala lunga, contorta, che sembra spalmata sulla roccia, e dal bellissimo color ruggine.
Qualcuno di quelli che precedono ha il sospetto che sbricioli sotto il suo peso altri la sentono muoversi .... i presupposti sono ottimi direi!
La affrontiamo uno alla volta non sostandovi troppo.
Tocca a me; ho le gambe che tremano come foglie; il tempo che impiego per percorrerla sembra interminabile ma, alla fine, arrivo in cima.
Tra passaggi un po' “tecnici” ed altri un po' “noiosi” la ferrata prosegue sempre all'interno di un canalone.
C'è più di un punto in cui non si può far altro che far forza sulle braccia.
Vola qualcosa ... è la digitale di Vale....
Pazienza! Ci accontenteremo delle foto di Michele.
Cerco di arrampicare e mi attacco ad un bel spuntone di roccia ma, ahimè, mi rimane in mano!
Per un attimo penso di tornare indietro ma, alla fine, decido di proseguire.
Non ci facciamo mancare proprio nulla: Michele attrezza un punto "lungo" con una bellissima lounge "al kevlar" che qualcuno impiegherà un po' a recuperare.
E arriviamo al gran finale!
Una lunga e comoda scaletta ci attende.
La affrontiamo uno alla volta mentre gli altri si proteggono da una grigia “grandinata”.
Sono in cima, son tutti spariti, mi ritrovo circondata da pini mughi e vari accenni di sentieri; mi volto, vedo dall'alto il rifugio Bertagnoli ma anche tante nuvole che stanno arrivando, indovino il sentiero giusto e raggiungo i mussati.
Ce l'ho fatta, a parte qualche tentennamento, devo dire che questa volta la ferrata me la sono proprio goduta, non c'era nessuno che premeva dietro e nessuno davanti che mi incitasse ad accelerare il passo.
Infine ci ritroviamo con Chiara e Barbara intirizzite dal freddo nell'attesa del nostro arrivo.
Pranziamo tutti allegramente su una forcella.
Rispolverando poncho ed antipioggia scendiamo, per la comoda mulattiera, non permettendo a Chiara di concludere l'anello e scovare il suo brillante.
Allegre api si uniranno poi a noi per il brindisi finale.
Com'era la ferrata?
Facile si forse ma da non sottovalutare
Per principianti no
Sicuramente fattibile con le dovute cautele e precauzioni.
giovedì 17 settembre 2009
12 Agosto 2009 - Verso il lago Stellune
Un lago blu smeraldo incastonato tra i graniti del Lagorai , "una visione di sogno, che rifulge con le acque color azzurro cobalto e riflessi verde smeraldo che lasciano senza fiato". ( Cfr. APT Trentino)
Un paio d'anni fa, a Ferragosto, avevamo provato a raggiungerlo partendo dal Rifugio Carlettini sopra Strigno in Valsugana, ma la giornata era stata sfortunata e a causa di un piccolo incidente avevamo rinunciato.
Antonio, già dall'anno scorso, mi raccontava di voler raggiungere lo Stellune dalla Val di Fiemme attraverso un percorso in quota e di organizzare una gita da quelle parti. A noi era rimasta la voglia di vederlo. Il giro, sulla carta Kompass e Tabacco, sembrava abbastanza lungo, ma con poco dislivello, il sentiero non era segnato difficile e il percorso portava lungo una serie di laghi glaciali sicuramente magnifici.
Così, ci siamo dati appuntamento per le sei di mattina del 12 Agosto a Padova e alle sei meno dieci eravamo già in auto direzione Cavalese. A Cavalese abbiamo preso la funivia del Cermis resa tragicamente famosa per l'incidente dell'areo americano che costò la vita a molte persone. Salendo, non abbiamo potuto fare a meno di chiederci come abbia fatto l'areo degli americani a tranciare il cavo della funivia. Doveva proprio volare radente al suolo. Stavano giocando con la vita delle persone e gliel'hanno tolta.
All'arrivo della funivia, non possiamo che constatare che anche sopra i 2000 metri, la giornata non è delle più limpide, c' è una fresca brezza ma dopo la prima mezz'ora di cammino già ci si può togliere il maglione.
Prima tappa e prima forcella di Bombasel, sopra un lago dove fanno i concerti di musica classica e poi , sempre in salita, forcella del Macaco . Da questa seconda forcella si vede una lunga valle scavata nei graniti che dovremo percorrere al ritorno. Decidiamo di ragiungere lo Stellune da un' altra valle per fare un giro ad anello (una delle fissazioni e delle maledizioni degli escursionisti esperti : perchè andare e tornare dalla stessa parte se si può fare un giro ad anello ?) e saliamo quindi verso la ripida forcella del Vallone per un sentiero impervio e mal segnato. L'erba ha ricoperto la traccia in alcuni punti forse per il poco passaggio. Appena sotto la forcella, una coppia di escursionisti sta facendo la pausa pranzo e ci guarda un po' sconcertata quando ci vede svalicare verso la Val Moena. Più sconcertati ancora rimaniamo noi sul sentiero di discesa dopo mezz'ora di cammino ( un po' troppa discesa e un po' troppo tempo) quando non abbaimo ancora trovato il bivio del sentiero che dovrebbe risalire verso la forcella dell'Oro delle Buse( in breve forcella dell'Or). Antonio prova a salire il pendio fuori dal sentiero per vedere se abbiamo perso la traccia. L'unico sentiero che si presenta e solo a tratti è quello che stiamo percorrendo noi anche se rispetto alla cartina Tabacco di Antonio e alla nostra Kompass non corrisponde. Proseguiamo per questa traccia, d'accordo che se non arriveremo a un bivio che risale entro breve dovremo tornare indietro. Il cielo si è fatto ancora più scuro a causa di qualche nuvola davanti al sole, e questo non aiuta il morale. Finalmente un bivio si presenta ( non abbiamo l'altimetro, ma di sicuro siamo più bassi di un 150 metri di quello che dice la cartina) e si ricomincia a salire ma il sentiero non è dei più battuti e si procede con calma. Pietre laviche scure che fanno un rumore di cocci di vetro rotti quando ci passiamo sopra, erba che copre il sentiero e le sconnessioni del terreno. Si procede con fatica. E' l'una passata, sono tre ore e mezza che camminiamo e nella testa mi sorge un tarlo ( l'ultima funivia è alle cinque e mezza, se la perdiamo ci saranno mille metri di dicesa) e quindi, accelero il passo, per quanto possibile. Ad un certo punto arriviamo ad un bivio dove da una parte si potrebbe andare verso il lago dello Stellune (il tempo di percorrenza indicato è di 2 ore e trenta) e dall'altra parte c'è la via del ritorno (se così si può dire ) per la forcella dell'Or e la forcella Lagorai ( quella dove si deve prenderà la valle in discesa cha avevamo visto la mattina). Io, per rafforzare la mia decisione, mi siedo su un sasso e giuro di non muovere più un passo verso lo Stellune, che sicuramente non esiste ed è un invenzione dell'ufficio turistico del Trentino. In ogni caso, se esistesse, non avrebbe mai potuto essere raggiunto da alcun escursionista, perchè troppo lontano. Taccio sul fatto che a questo punto, da uno zaino, è spuntata una cartina 4LAND di nuova generazione tracciata con il GPS, intonsa, che era rimasta nascosta perchè non aveva dei bei colori. Anche gli altri, non volendo nemmeno pensare di ricorrere all'utilizzo della pila frontale per la sera, optano per la via del ritorno e quindi, con un po' di fame che si fa sentire, ci mettiamo gambe in spalla verso la forcella dell'Or. Una bella fatica arrivare in cima, ma quando ci siamo, il paesaggio ci lascia davvero senza fiato, per non parlare poi del sentiero che da lì conduce alla Forcella Lagorai e la vista da quest'ultima verso Cima D'Asta, la regina del Lagorai, sgombra dalle nubi.
Intercettata la via del ritorno, possiamo rilassarci per un attimo e mangiare qualcosa. Le nuvole che fino ad ora ci avevano accompagnato si diradano e tutto cambia aspetto. Il grigio, fino a poco prima minaccioso dei graniti, diventa argento brillante e il sole scalda gli animi. E da qui fino al ritorno è un continuo meravigliarsi per la valle incantata che stiamo attraversando, dove si trovano dei laghetti color smeraldo e un torrente d'acqua cristallina scorre. Alla fine di questa valle meravigliosa riprendiamo a ritroso la strada del mattino fino al lago di Bombasel e alla funivia, dove arriviamo giusto cinque minuti prima dell'ultima corsa.
Resta il ricordo di una bellissima giornata di avventura pura e resta aperta la partita con lo Stellune sulle cui rive prima o poi andremo a piantare la bandiera del CAI di Padova e quella dei Mussati Patavini.
lunedì 14 settembre 2009
31 Luglio - 2 Agosto Operazione Odle
La proposta era stata accolta con entusiasmo da tutti, qualcuno addirittura aveva rilanciato aggiungendo l'ipotesi di portarsi la tenda sulle spalle e così, già a fine gennaio, era stata fissata una data per il trekking: ultima settimana di luglio, in modo che tutti potessero chiedere le ferie. (I Mussati sono quasi tutti degli sfigatissimi lavoratori dipendenti).
Tra un'uscita e l'altra del corso di sci, le ciaspolate invernali e l'inizio del corso escursionismo, se ne continuava a parlare, ma solo a livello ipotetico e così, a fine giugno, non era stato ancora deciso nulla anche se la Dolce, Tabarez, Blogger Misteriosen e Comici, gli unici che ci avevano creduto fino in fondo, avevano già preso le ferie.
Finalmente, in una calda sera estiva di luglio, con cartine topografiche alla mano, nel covo dei Mussati valorosamente sorvegliato da RockyBubu, sono stati messi ai voti gli itinerari proposti per un mini-trekking (mini, visto il poco tempo rimasto per l'organizzazione). E' stato scelto all'unanimità il giro delle Odle perchè non c'era mai stato nessuno, sembrava un bel posto e ci sono tanti prati (la passione di Comici).
Convinto anche Rubigno che non aveva capito del tutto il dislivello e le ore di cammino e la Cate che si è fidata ciecamente delle nostre scelte, non restava che sentire i rifugi per estendere la proposta al resto del gruppo. La mattina successiva alla otto, Tabarez chiamava i Rifugi Firenze e Genova, trovando l'amara sorpresa che per la notte di sabato 1 Agosto, al Firenze erano rimasti solo otto posti. Prenotate tutte le brande disponibili, si potevano chiamare solo altri due Mussati. Alla fine ne è stato trovato solo uno, la Cri. L'ottavo l'avremo incontrato, inaspettamente, al Rifugio Genova.
Il giro delle Odle è stato grandioso, bello oltre ogni aspettativa per la bellezza dei posti, per l'affiatamento della squadra e perchè siamo riusciti a fare, incredibilmente, tutto quello che avevamo pianificato, impresa non da poco la salita alla vetta del Sass Rigais, 3025 m., attraverso la via Ferrata.
Quello che non dimenticheremo:
Col Raiser. il posteggiatore, tutt'altro che tirolese, che ci ha fatto 'parchejare vicino u gatu !' .
La cicatrice sulla fronte di Lorenzo, causata dallo sgambetto di una radice.
I sentieri che stranamente non seguivano le curve di livello.
La prenotazione a nome Barbarelli al Rif.Genova e la spettacolare cena a base di canederli, uova speck e patate.
Jens, l'ottavo Mussato, il ragazzo di Monaco che camminava docici ore al giorno per i monti e che per qualche tratto è stato nostro compagno di viaggio.
Il prato delle marmotte.
La doccia al Rif.Firenze, la più grande che io abbia mai trovato in un rifugio.
L'emozione all'attacco della ferrata. Almeno mezz'ora per imbragarci e controllarci l'un l' altro.
Il panorama dalla cima del Sass Rigais.
I dieci minuti di grandine in ferrata e la discesa che non finiva mai.
La mela della strega del Rif. Firenze rubata da Rubigno che ci procurerà la maledizione (cfr. punto precedente).
giovedì 23 luglio 2009
21 giugno 2009 - Col Rosà con il corso Escursionismo
sabato 30 maggio 2009
24 Maggio 2009 Valle Santa Felicita
Avevo sentito parlare di Santa Felicita come un dazio da pagare al CAI prima di potersi avvicinare al mondo delle ferrate ed ero preparata psicologicamente a trovare qualcosa di difficile da affrontare, ma non mi aspettavo una tale tristezza di paesaggio e la totale mancanza di soddisfazione nel salire e attraversare una parete tanto impervia quanto insulsa. Possibilità di arrampicare su roccia pari a zero. Per tutto il tempo della ferrata si è costretti ad appoggiare mani e piedi sul ferro degli scalini, dei chiodi e di pioli. Gli unici punti dove si riescono a mettere le mani su roccia sono infestati dai ragni. Il percorso si svolge luno una parete verticale leggermente strapiombante e dopo i primi cinque scalini di ferro si è praticamente su un IV grado. Chi si trova per la prima volta ad avere a che fare con una via ferrata, non fa in tempo a capire come vanno fissati i moschettoni al cavo che deve preoccuparsi ad assicurarsi con una longe perchè le braccia sono già stanche. La ferrata non porta da nessuna parte ma corre su una parete prima in salita poi in orizzontale e poi in discesa. Non c'è nulla vedere, non c'è una cima su cui salire. Niente di niente. Solo fatica e insetti da schivare. Per non parlare del concentrato di umidità che si trova nella valle e che rende ogni appiglio sul ferro scivoloso.
Però tutti i CAI del Veneto continuano a portare gli allievi a Santa Felicita e probabilmente perdono metà degli iscritti ogni volta. Possibile che non ci sia una parete migliore in tutto il Veneto dove creare una palestra per chi si vuole avvicinare al mondo delle ferrate ?
Comunque è fatta e visto che ci piace andare in montagna, nonostante Santa Felicita, pensiamo ai prossimi appuntamenti del XI corso escursionismo avanzato, sperando che siano più entusiasmanti di questa domenica.
mercoledì 6 maggio 2009
13 Aprile 2009 - Pasquetta a Sant'Erasmo
Sant' Erasmo, un 'isola distante trenta minuti da Venezia che nelle giornate di sole di festa si riempie di turisti, mentre nei giorni lavorativi è abitata solo da poche persone, un luogo dove il tempo sembra essersi fermato. Case grandi con bellissimi giardini curati nel minimo dettaglio e grandi orti, soprattutto di carciofi, carciofi rossi che sono la specialità dell'isola : le famose castraure.
Anche nei giorni di festa, però, se ci si sposta dalla torre Massimiliana e dal bar ristorante vicino all'approdo di Capannone, non si trovano più turisti e si può camminare indisturbati lungo un sentiero che tra i canneti percorre l'isola. Lo sguardo può spaziare sulla laguna e più lontano sui lavori in corso del Mose che cerca di sottrarre la città di Venezia al suo ineluttabile destino di affondare sotto le maree.
La nostra gita fuori porta a Pasquetta è iniziata alla stazione di Padova. Da perfetti italiani medi siamo saliti su un treno regionale strapieno e strapuzzolente con direzione Venezia.
Dalla stazione di Venezia abbiamo raggiunto Fondamenta Nuove per prendere il traghetto e nonostante ci fossimo messi diligentemente in fila ad attenderlo, siamo riusciti a perderlo perchè , si sa, in Italia i concetti di educazione, ordine e rispetto per gli altri sono qualcosa fuori moda, perciò dei simpaticissimi connazionali che hanno scavalcato le transenne dalla parte dell'uscita sgomitando, sono saliti sul traghetto prima di noi anche se erano arrivati ben dopo e dovendo scegliere tra una rissa e l'attesa abbiamo preferito l'attesa.
Arrivati finalmente a Sant'Erasmo in mezzo ad una serie di famiglie con bambini urlanti ormai a mezzogiorno, ci siamo diretti verso la torre Massimiliana e l'unico posto di ristoro aperto dell'isola.
Incredibilmente, la folla si è ridotta ed è diventata più silenziosa e finalmente abbiamo potuto godere della bellissima giornata carica di sole e vento di mare che porta il sale sulla pelle.
Giusto per cominciare l'escursione, visto che non c'erano per una volta delle salite da affrontare, abbiamo deciso di fare subito il pranzo al sacco e Vania è stata premiata come migliore capogita dell'anno.
Dopo il lauto pranzo, ci siamo incamminati per il sentiero che segue il perimetro dell'isola tra le chiacchiere fino a raggiungere la chiesa di fronte alla quale c'è la fermata del traghetto per Venezia.
lunedì 23 marzo 2009
15 Marzo - Ciaspolata in Val Venegia
Il pullman ci porta a passo Valles e da lì risaliamo con le ciaspole ai piedi, la Val Venegia fino al passo Rolle.
Il primo tratto di sentiero è nel bosco, poi si esce in una piana assolata con vista in primo piano sul Mulaz , 2906 metri di maestosa roccia dolomia.
In barba al meteo (e in barba a Zagallo) che dava brutto tempo, la giornata è splendida e ci possiamo godere uno spettacolo incredibile. Se dovessi far conoscere a qualcuno la montagna, lo porterei esattamente qui in Val Venegia, perché sembra di essere dentro una cartolina perfetta. Di neve ce ne sono ancora più di due metri e quando siamo arrivati alla Malga Venegia ne abbiamo avuto la prova tangibile, vedendo gli uomini che spalavano la neve dal tetto.
Dalla Malga Venegia si risale la valle verso la Malga Venegiota sempre in falso piano. Si procede tranquillamente su una traccia di neve ben battuta. Superata questa Malga il sentiero inizia a salire fino alla Baita Segantini dove si fa la sosta pranzo e dove tutti possono ammirare con invidia il panino astronave di Massimo e i biscotti giganti che Roberta inzuppa nella tazza di the ricavata dal coperchio del thermos.
Dopo la sosta, saliamo la Cima Costazza dal versante Nord. Dalla Cima la vista spazia a 360° ( vedi video allegato) e la soddisfazione è notevole, anche nella discesa sulla neve fresca.
Ultimo sforzo fino a passo Rolle dove si conclude la nostra gita.
martedì 10 marzo 2009
28 Febbraio - 1 Marzo - Altissimo di Nago
La visione delle cornici di neve modellate dal vento, delle mensole sulle pareti innevate da dove qualche giorno prima si è staccata una valanga, del profilo maestoso e luccicante del Baldo resteranno a lungo impressi nella mia mente. Mentre sono in contemplazione del panorama, la maggior parte della comitiva si fionda dentro il rifugio in cerca di un posto caldo. Così, quando entro, i letti al piano terra e al primo piano dove ci sono le stufe accese, sono già tutti occupati e a me resta il secondo piano alias sottotetto dove fa decisamente freddo tanto che, respirando, dalla bocca esce fumo come se fossimo all'aria aperta. Per fortuna ci sono tre coperte a testa e poi nella stanzetta da quattro posti ci sono sei letti quindi si potrà contare sull'effetto stalla per scaldarsi. C' è una bagno anche al secondo piano, ma il cartello appeso sulla porta d'ingresso "solo pipì" mi ricorda una cosa che sapevo già : non c'è acqua corrente. Cerco di tirar fuori il mio spirito d’adattamento, ma mi viene la nausea lo stesso. Respingo il pensiero a quando ci sarà la necessità e più congelata di quando sono entrata, scendo al piano terra per appropriarmi di un posto in pole position vicino alla stufa. C’ è sempre un qualcosa di magico nella sala pranzo dei rifugi, quando sorseggiando una tazza di the o di vin brulè tenuta a piene mani per scaldarsi, si rivivono i momenti della giornata. Chi racconta della salita che non finiva più, chi della neve troppo soffice su cui non si faceva presa, chi mostra le foto sullo schermo della digitale, chi si ricorda di quando era stato qui d’estate, di quella volta che ... Tra una chiacchiera e l’altra arriva l’ora della cena. Il rifugio è accessibile solo a piedi o con gli sci, quindi tutto quello che mangiamo è stato portato a spalle dai gestori. Nonostante questo, non manca niente: orzetto, canederli, polenta, formaggio, salsiccia, funghi, crauti, fagioli, carne salada , torta sbrisolona e non sono le possibilità di scelta del menu, è tutto quello che abbiamo mangiato. Tutto buonissimo. Quella degli alpinisti è una fame sincera.
In più, per conciliare il sonno e scaldare gli animi e i corpi, ad un certo punto, sopra i tavoli sono comparsi dei vasi da conserva pieni di grappa a tutti i gusti nel numero di 39. Da un classico pino mugo, genziana, mirtillo alle erbe dai nomi più strani fino all’aglio e al peperoncino. Non credo che qualcuno sia riuscito ad assaggiarle tutte anche se molti ci sono andati vicino, ma la grappa era buona perché il giorno successivo non c’era nessuno con il mal di testa. La serata è stata davvero divertente e abbiamo dovuto smentire la regola per cui in rifugio alle dieci si spegne la luce e si va a dormire presto.
Poi quando abbiamo appoggiato la testa sul cuscino, qualcuno ha preso sonno subito, molti altri sono rimasti ad ascoltare la dolce sinfonia di chi ronfava placidamente, anche se chi ha dormito, giura di non aver mai russato in vita sua.
Al mattino successivo, il Monte Altissimo era avvolto dalle nuvole e noi eravamo nel mezzo. Aria umida e gelida, visibilità poco più di cinque metri, ma il nostro magico capo gita e i nostri accompagnatori sono riusciti a riportarci a valle ignari del fatto che avremo raccontato quello che era successo.
martedì 3 marzo 2009
28 Febbraio/1 marzo 2009 - Ciaspolata al Rifugio Altissimo
Ho visto un posto finora a me sconosciuto e mi ha lasciato meravigliato e stupito. Lì al Rifugio Graziani, i cartelli quasi completamente sommersi dalla neve mi dicono che d'estate passa una strada, che si può venire in macchina ai piedi dell'Altissimo. Si vede anche il cartello del parcheggio ma il parcheggio non c'è: mi fido delle indicazioni. Intorno è tutto bianco: davanti a noi una lunghissima salita da attaccare con le ciaspole per raggiungere la vetta.
Inizio il cammino... calcio deciso sulla neve con la punta, per piantare il rampone. Ho il fiatone, mi fermo, riparto, faccio fatica. Il sole picchia forte sulla distesa innevata e il manto bianco inizia a squagliarsi e fa scivolare. Più si sale e più è difficile fare presa sul terreno.
Ancora un po'...ancora qualche metro...Vedo Renato che da lassù scruta col binocolo la colonna di persone che sale faticando lungo il ripido pendio: si preoccupa che tutti arrivino alla meta, molla lo zaino, si lancia giù e affianca gli ultimi, li incita a salire e tutti arrivano alla cima.
Siamo tutti arrivati: il rifugio Altissimo ci aspetta lì, ne vediamo solo il tetto, il resto è sommerso da 4-5 metri di neve. Finalmente si può riposare al caldo e scherzare in compagnia. Ci raccontiamo della fatica, dei paesaggi visti, del Garda che non si vede perchè giù c'è nebbia, dell'impresa che abbiamo portato a termine, siamo tutti affaticati ma soddisfatti.
Passano le ore, guardiamo il sole che colora il cielo di rosa e di mille tinte violacee, poi sparisce e ci lascia avvolti da un paesaggio silenzioso, irreale, incantato.
Ancora niente con quello che verrà dopo...
Usciamo fuori. E' calata la notte, il vento sferza la cima del monte e il freddo è quasi insostenibile. Resistiamo dieci minuti, con la testa piegata verso l'alto: centinaia, migliaia, milioni di stelle punteggiano il cielo terso e noi fatichiamo a riconoscere le costellazioni, completamente diverse da quelle che di solito siamo abituati a vedere, fatte di 7-8 stelle soltanto e qui sono migliaia!
Una stella cadente taglia la volta in verticale...ci penso un secondo solo ma non esprimo alcun desiderio: il desiderio era quello di vivere una giornata indimenticabile e questo si è già avverato...
Rientriamo al caldo del rifugio a riposare. Non sappiamo ancora cosa ci riserverà la natura domani: sarà uno spettacolo diverso, un nebbione e un freddo da paura, ma sarà pur sempre un spettacolo di quelli che ti rimangono nel cuore.
Gustatevi un bel po' di foto qui e qui!
