mercoledì 28 luglio 2010

6 giugno 2010 - Arco - Placche Zebrate - Man-ilia

Arco - Placche Zebrate. Posto mitico per chi arrampica. Un parcogiochi di calcare dove il gioco è l'aderenza, un paretone di 600 metri nella valle del Sarca proprio sopra il lago di Garda. Ma come ci siamo finiti noi sotto le placche zebrate ?
Avevamo raccontato a Renato delle nostre piccole esperienze di arrampicata, forse gliene avevamo parlato con troppo entusiasmo, quello di chi ha appena cominciato e ha voglia di spaccare il mondo e così domenica mattina alle 8 ci siamo trovati in macchina direzione Arco.
Non avevamo idea delle sorprese che ci avrebbe riservato la giornata.
In macchina Roberta tira fuori la guida della falesia e ci chiede cosa vogliamo fare. Io sfoglio il libretto e leggo: Opera Prima -100m - 5b, Via della mimosa -100 m 7c, Donne in cerca di guai 120m -5b , 46° parallelo -180 m -4c....
Qualcosa non mi torna, ma penso che si può sempre fare il primo tiro e poi scendere e riprovarne un altro. Alle numerate di Rocca Pendice si fa così, no? Ma lo tengo per me.
Fermiamo la macchina nel parcheggio del bar "le placche Zebrate" che è proprio di fronte alle parete, dall'altra parte della strada e facciamo colazione.
In macchina prendiamo imbrago, corda casco, rinvii e altro materiale. Renato ci chiede quanti cordini abbiamo e se abbiamo la piastrina e qui c'è una altra cosa che non mi torna. Io a Rocca alle numerate , i cordini non li ho mai usati e nemmeno la piastrina, ma per fortuna ce li ho. Magari oggi imparerò qualche manovra nuova.
Di nuovo la domanda " allora ragazzi che via facciamo oggi? ".
beh cominciamo con un tiro qualsiasi non proprio difficile, dico io e poi vediamo e così decidono che si parte con Man-Ilia che capirò dopo perchè si chiama così.

Attraversiamo un sentiero nella pineta, mi sembra di essere a Lignano. Fa un caldo disperato e sudo l'impossibile per camminare 10 minuti. Ad un certo punto Renato suggerisce di mettersi il casco e così guardo in alto dove vedo da vicino il paretone dove dovremo salire. Inizio a sudare ancora di più.

Il patto è questo. Facciamo il primo tiro vediamo come va e poi decidiamo se andare più su o scendere. Renato dice che fare un tiro o farne sei è lo stesso e anche se la cosa non mi convince più di tanto, la prima lunghezza , al di là della tensione e del caldo è abbastanza facile.
Siamo due cordate. Renato e Tabarez portano su la corda.
Quando Renato arriva al secondo rinvio della via ( circa 10 m ?. Si vede che ad Arco gli spit costano moltissimo), Tabarez parte e Renato gli da qualche indicazione sulla linea da seguire. Io e Roberta saliamo per seconde. Tabarez sembra non avere tentennamenti ed è sicuro. Io ho la corda dall'alto che psicologicamente aiuta molto. Il primo tiro è un terzo grado e non ho mai dubbi su dove mettere piedi e mani, perciò quando Renato chiede se ce la sentiamo di proseguire, diciamo di sì senza esitazioni. Così, lentamente saliamo. Sono così rilassata che anche in sosta non tolgo mai le mani dalla roccia nonostante gli sfottò dei miei compagni. Primo, secondo, terzo tiro e finalmente arriviamo in un terrazzino comodo. Siamo a 90 metri da terra e per la prima volta guardo in basso. Se guardo sotto sotto fa un po' impressione, ma se guardo un po' più in là, vedo il bosco, la strada, il lago, cavolo, perchè non siamo andati al lago oggi?
Beviamo un po'. Io aspiro come un'idrovora la mia bottiglietta di acqua e sali. Mi ricarico un po'.

Si riparte, siamo a metà ormai ma qui.. inizia il difficile. Renato avvisa che ci saranno un paio di passaggi leggermente più complicati e parte. In effetti , qui la parete è un po' liscia. Ci sono dei tratti da fare in aderenza e non è così facile fidarsi. Sono un po' in apprensione per Tabarez e stringo fortissimo la corda. Gli spit sono lontani. Su 40 metri non usiamo nemmeno 10 rinvii. Adesso capisco a cosa servivano i cordini. Renato quando può, li infila nelle clessidre naturali della roccia e il rinvio lo passa anche lì.
Salgo da seconda e dovrei avere una corda bella tesa dall'alto, e invece capita che la corda me la trovo che fa un ansa sotto di me. Tabarez recupera la corda!! Ma proprio oggi doveva imparare a recuperare con la piastrina ? Renato dagli un occhio!
Quarto tiro fatto.
Il quinto, non finisce più. Sono cinquanta metri. E' divertentissimo ,però, perchè per i piedi non ci sono molte prese ma ci sono delle maniglie bellissime per le mani. In ogni caso ho magnesio ovunque, non solo sulle mani, ma anche sui vestiti e sulla faccia. Posso tenermi su con qualsiasi cosa.
Al sesto e ultimo tiro, c'è un dietro da affrontare che Roberta definisce buono per il marmo del santo. Io e Tabarez stanchi facciamo un po' di casino con i rinvii e lui parte senza. Ma Roberta suggerisce di usare quelli che ha già messo Renato e così siamo salvi.
All'uscita della via, Tabarez è velocissimo e faccio una fatica incredibile a far sicura con il mezzo barcaiolo e mi pizzico le dita almeno sette volte.
Alla fine siamo fuori tutti. Finisco tutta l'acqua. Gli altri mangiano. Io ho lo stomaco ancora troppo chiuso.
Per scendere un sentiero ripidissimo, scivolossimo e molto più pericoloso dell'arrampicata.
Tabarez ha una faccia stranissima e dopo un po' mi dice " Io non ho avuto paura".
Io mi sento invece come Forrest Gump che senza capire perchè è diventato un'eroe. Anch'io ho semplicemente corso.

Sosta per coca gigante al bar "le Placche Zebrate", dove scopro che esiste un libro dove si può lasciare una dedica. Una sorta di libro di vetta. Me lo leggerei tutto, ma c'è poco tempo. Si torna a casa.

In sentesi: Man-Ilia 220 m. 6L 4c. La mia autostima è in forte crescita. Io e Tabarez resteremo in una sorte di trance mistica per tutta la settimana successiva.

Un grazie sincero a Renato e Roberta. Chissà quando ci ricapita.


martedì 22 giugno 2010

5 giugno 2010 - ferrata Sass Brusai a cima Boccaor

In una giornata che doveva essere di sole, partiamo con alcuni amici alla volta del Grappa, per fare la ferrata Sass Brusai, classificata dalle guide come difficile ma abbastanza breve.
Siamo io, Tabarez, Andrea e, a sorpresa Alfredo, che troviamo al mattino alle sette davanti al parcheggio di Crema Sport.
Prima tappa ( un classico) Romano D'Ezzelino al bar delle belle ragazze. Io sono l'unica donna del gruppo quindi non posso dire la mia in questo caso.
L'auto la lasciamo al parcheggio del rifugio San Liberale dove oltre allo zaino, indossiamo anche uno strato di Autan in quanto ci hanno detto che la zona è infestata dalle zecche e non vorremmo portarcene a casa qualcuna.
Si vedono un po' di nuvole sulle cime, ma il meteo dice solo foschia al mattino che si dovrebbe diradare in giornata. Ovviamente il meteo si sbagliava e le nuvole resteranno piazzate dove le abbiamo viste per tutta la durata dell'escursione.


L'umidità è del 90% e fino all'attacco della ferrata sudiamo l'impossibile. Finchè ci mettiamo imbrago, set da ferrata e caschetto ci passa il solito superman che grazie ai suoi superpoteri non ha bisogno dell' attrezzatura. Per fortuna non si schianterà da nessuna parte se no ci toccava soccorrerlo.

La ferrata parte tosta, o meglio parto io titubante e quindi all'inizio faccio un po' fatica, ma bastano dieci minuti per prendere confidenza con il sentiero. Il percorso è proprio divertente e facciamo a gara per non utilizzare il cavo, anche se il metro a disposizione del set da ferrata non permette tutta la fantasia che si vorrebbe nell'arrampicata. Domani andrò fare una via di roccia per appagare la mia fantasia.
Sull'ultimo tratto ci facciamo superare da una coppia di Inglesi stufi di sentirli ansimare alle nostre spalle. Lasciamo traccia sul libro di via e ci fermiamo sulla cima a mangiare qualcosa. Io non mi siedo al pensiero delle zecche.

Andrea ci mette 15 minuti a trovare una posizione della macchinetta per l'autoscatto che dobbiamo ancora vedere.

Al ritorno, completamente immersi nella nebbia, disquisiamo di quale colore sia la lancetta della bussola che segna il nord ( per la serie 200 euro buttai via dei corsi CAI) ma alla fine troviamo il sentiero giusto.

Per tutte le note tecniche della ferrata e del sentiero aspetto gli appunti di Andrea, che ha scritto sul suo libricino tempi, difficoltà, deviazioni e via di fuga. Almeno spero, perchè altrimenti si è segnato tutte le scemenze che abbiamo sparato durante la giornata.

martedì 15 giugno 2010

Diario del XII corso escursionismo avanzato CAI Padova















Visto che mi stanno pubblicando su siti ufficiali, vi rimando direttamente al link del CAI di padova.

Se riuscissi anche a farmi pagare per le boiate che mi diverto a scrivere, sarebbe il massimo.

martedì 25 maggio 2010

22 - 24 Maggio 2010, Alta Val Di Susa

in attesa del racconto, pubblico il video di vetta sui Denti di Chiomonte

venerdì 12 marzo 2010

6 Marzo 2010 - Fondo a Forte Cherle

Per concludere la stagione sciistica, quasi nemmeno cominciata quest'inverno, abbiamo pensato di fare un giretto sulle piste di fondo a Forte Cherle.
Tra Veneto e Trentino, vicino a casa, ci sono piste da fondo ben più vaste con collegamenti di 60 km, Enego, Gallio e poi ancora MilleGrobbe e Passo Coe, ma Forte Cherle , con solo 15 Km di piste ha un fascino tutto particolare, fa parte di quella montagna dimenticata lontana dal turismo di massa dove il tempo sembra essersi fermato a trent'anni fa.

Gli impianti si trovano presso l'albergo forte Cherle gestito dalla signora Carla e dalla sua famiglia. Il noleggio sci è dietro l'albergo, nel garage di casa e gli scarponi li tengono in uno sgabuzzino riscaldato.

Il biglietto per le piste costa 4 euro. L'ingresso è una casetta sulla strada che collega Tonezza a Folgaria ma sulla strada non passa una macchina, perchè d'inverno dopo le nevicate viene chiusa a causa delle scariche di neve e sassi della montagna e solo chi ama veramente questo posto sale per Lavorone raggiunge quasi Folgaria per venire qui.

E' sabato e ci sono sì e no quindici persone. La giornata è splendida. Cielo pulito, temperatura sotto zero, vento freddo. Pista quasi completamente al sole.

Passiamo qualche ora sugli sci e poi andiamo a farci preparare il favoloso panino con lo speck dalla signora Carla e ci sediamo fuori al sole.

giovedì 4 marzo 2010

27 - 28 Febbario - ciaspolata sul Grappa in una notte di luna piena

Ad un anno esatto dalla mitica ciaspolata con Renato sul Monte Altissimo, una nuova avventura sulla neve di quelle che lasciano un segno nella memoria.

Prima della partenza sono un po' preoccupata soprattutto per il freddo che sulla neve non è mai poco, figurarsi quando il sole sarà tramontato. Ho fatto rifornimento di scaldini ( ricaricabili ed usa e getta), messo nello zaino la giacca a vento super imbottita, indossato doppio calzino, maglietta termica, scaldamuscoli, riempito il thermos di tea bollente e ho guanti in tutte le tasche del giubbino antivento. Ma temo che le mie dita congelate mi faranno rimpiangere il mancato acquisto degli scarponi da ghiaccio.

Non ho studiato il percorso, la gita è organizzata dalla sezione del CAI di Padova, ma non mi sembra di ricordare grande dislivello e un lungo percorso dal volantino di presentazione della ciaspolata. Mi sbaglio decisamente perchè alla fine dell'escursione tra andata e ritorno compresi tutti i saliscendi l'altimetro dell'orologio di Tabarez avrà registrato 1100 m di salita. Per fortuna che ero allenata se no schiattavo sulla neve.

Punto di partenza Località Finestron, sul Grappa. Si avanza prima nel bosco fino a superarne il limite e poi si procede tutto in cresta. Il panorama è a 360 gradi e anche se c'è ancora la luce del giorno, in cielo c'è già la luna piena. Dall'alto si vedono le prime luci accese giù nei paesi a valle, dall'altro lato una serie di catene montuose innevate. Manca il mitico Antonio per dirci, cima per cima, cosa stiamo vedendo. Chissà cosa sta facendo Antonio, è tantissimo tempo che non lo vedo.

Siamo un gruppo numeroso. Ci sono sempre quelli che hanno fretta sono in testa e corrono e quelli che vanno pianino. Il gruppo non viene quasi mai ricompattato e alla fine i primi arriveranno in rifugio quasi con un'ora di distacco.

Io preferisco stare dietro, andare con calma, chiacchierare con Rita, ascoltare Calibabà che racconta di aver fatto quella stessa mattina sessanta chilometri in bicicletta, prendere in giro spett. Adri che continua a scattare foto con il cellulare come se poi venisse fuori qualcosa.

In cresta il vento si fa sentire, freddo, tagliente, ma tiene lontane le nuvole. Arriviamo alla cima del Monte Asolone e inizia a calare il sole. Qualcuno accende la pila frontale.
Che strana sensazione camminare sulla neve con la luna piena. Quiete, silenzio, pace. La testa si svuota di tutti i pensieri, svaniscono le ansie quotidiane e resta solo lo stupore per quanto sia bella la natura.

Siamo alla salita finale, ovviamente la più ripida. Ormai è buio. Più di qualcuno comincia a cedere alla fatica. Finalmente si vede il rifugio Bassano illuminato. Entriamo, iniziamo a scaldarci. Una fetta di torta gigante e una cioccolata calda. Il camino acceso. Che meraviglia! E coincidenza: qui come all'Altissimo ci sono le vipere sotto grappa. Solo che questa volta nessuno beve la grappa.

Poco più di un'ora di pausa e dobbiamo uscire per scendere fino al parcheggio delle macchine e tornare a casa. Al ritorno, ancor più che all'andata, i soliti che devono correre partono a gran velocità con un paio di accompagnatori. Ognuno per sè e Dio per tutti. In fondo al gruppo invece c'è qualcuno che per la stanchezza e per il freddo è un po' in difficoltà e va molto piano. Noi siamo circa a metà e quando arriviamo alla fine del sentiero aspetteremo gli ultimi un'ora. Gli altri, quelli col pepe nel culo, appena arrivano alle macchine se ne tornano a casa. ( Questa cosa non mi è piaciuta per niente. Non ci sta nell'etica della montagna).

Spett Adri quando arriva giù con gli ultimi due della comitiva zoppicanti ha una faccia tutt'altro che entusiasta. Mi sento sollevata quando lo vedo. Stavo quasi pensando di andare a cercarlo. Ora ci siamo tutti. Possiamo andare a casa anche noi.

Bellissima esperienza. Bisognerebbe indire il 27-28 febbraio come ricorrenza per le ciaspolate in montagna dei Mussati.

lunedì 4 gennaio 2010

Su e giù per Monte della Madonna

Preambolo:Questa volta, riguardo al titolo, sono stato abbastanza neutro. Avrei voluto ripetere un più evocativo "La salamandra e il Santo BIS" in quanto anche stavolta avrei potuto citare entrambi i personaggi (Sant'Antonio porseèto e la salamandra) ma le condizioni di quest'ultima (spiaccicata sull'asfalto) mi hanno convinto ad abbandonare l'idea.
Conclusa la doverosa precisazione, vi racconterò delle eroiche gesta di quel volenteroso gruppo di Mussati che il 4 gennaio del nuovo anno ha sfidato un freddo gelido per compiere il periplo di Monte della Madonna, sui colli Euganei.
Il ritrovo degli "Intrepidi" è stato fissato alle 9.30 (poco CAI, ma molto comodo), in via Aita (Aita, chi era costui??non lo sa nessuno, manco Wikipedia, figuriamoci Chiara...).
Partiti alla volta di Rovolon decidiamo, una volta arrivati sul posto, di ingozzarci di brioches e cappuccino al bar del patronato: ottima scelta, considerando la cortesia delle due signore, la bontà della crema e il tepore del bar!
Subito (alle 11.00, con molta calma...) iniziamo il cammino lungo il sentiero n. 17 che, attraverso un fitto bosco e su un terreno completamente ghiacciato e duro, ci porta in circa un'ora a raggiungere la cima del Monte della Madonna: impressionante e un po' triste la vista delle mega antenne che lo sovrastano...anche se il cellulare effettivamente prende 143.289,99 tacchette di segnale!
Di lì a poco raggiungiamo il Santuario dedicato a Sant'Antonio porseèto (si chiama così, secondo una tradizione popolare) e, fatta una breve visita della chiesetta e della terrazza panoramica, riprendiamo la nostra via.
Giù di nuovo in mezzo al bosco, lungo l'Alta via dei colli N.1 (o lungo il Sentiero Alpino che in quel tratto la ricalca), ci fermiamo su una panchina per un rapido pranzo: nonostante il tiepido sole facciamo in tempo a congelarci un po' tutti...
Tutti infreddoliti riprendiamo il cammino in direzione della chiesetta di Sant'Antonio: lungo la via, su un tratto roccioso esposto al sole, possiamo osservare stupiti numerose piante di fico d'India! Raggiunto l'obiettivo, ci concediamo un po' di minuti per esplorare la grotta dell'eremita, la chiesetta a lui dedicata e suoniamo la campana in segno di buon auspicio per le future avventure mussate.
Il cammino riparte e in breve raggiungiamo la fine del sentiero e la stradina che ci riporterà alla partenza.
Dentro di noi rimarrà il ricordo di una giornata che, per quanto gelida, ha saputo regalarci grandi soddisfazioni, un cielo terso e panorami stupendi con vista su larga parte dell'arco alpino.
Ah...dimenticavo: al ritorno cioccolata calda con panna: bòna anca quea!!

giovedì 24 dicembre 2009

20 dicembre 2009. ciaspolando sui colli euganei

Incredibile nevicata di dicembre in pianura padana:almeno venti centimetri di neve e un freddo gelido di quelli che raccontano i nonni.
Città di Padova e trasporti nel caos per le strade ghiacciate, la provincia decreta calamità naturale, i supermercati hanno finito le scorte di sale grosso e i commercianti si lamentano perchè in quest'anno di crisi mancava solo la neve a tener lontana la gente dallo shopping natalizio.
Gli uncici che trovano un lato positivo nella cosa sono i bambini che per una domenica saranno esonerati dalla televisione e dal nintendo e potranno fare invece pupazzi di neve in giardino e sbaloccarsi.
Scattiamo le foto dall'alto della città che sembra davvero un'altra e ci viene un'idea: perchè non andare a provare le ciaspole nuove sui colli Euganei ? Di neve ce n'è e freddo pure. Godiamoceli.

Domenica, aspettando gli amici in auto nel parcheggio di un negozio, qualche dubbio sulla bontà dell' idea mi viene, fa davvero freddo e non c'è nemmeno tanto sole, ma il mio spirito d'avventura ha sempre la meglio sulla mio buon senso e così, appena arrivano gli altri, propongo di caricarci corpo e spirito con una colazione in pasticceria. Ci fermiano a Bresseo poco dopo il centro, pastecceria stile francese dove degustiamo degli ottimi croassaints e dove decidiamo anche la nostra meta, MonteRosso il più vicino dei Colli Euganei, perchè le amministrazioni comunali non hanno fatto un gran lavoro di pulizia sulle strade ed è meglio non rischiare con il ghiaccio.
Il percorso del circuito di Monterosso è una semplice passaggiata a piedi. Il dislivello è di 150 metri e in un paio d'ore si fa. Il paesaggio è davvero insolito per essere sui Colli Euganei. La strada sterrata che percorriamo è completamente ghiacciata e bisogna stare attenti a non scivolare. Incrociamo un corridore nel senso opposto (c'è qualcuno più pazzo di noi). Ad un certo punto imbocchiamo un sentiero in salita e mettiamo le ciaspole, tranne Alberto che vuole mettere alla prova i suoi fighissimi scarponi invernali. La passeggiata è divertente, ma fa freddo, tanto freddo soprattutto ai piedi che mi si sono completamente congelati e fanno malissimo. Sono arrabbiata con il mio fisico che non tollera il freddo e che in queste situazioni soccombe.
In cima a MonteRosso facciamo una foto di gruppo ( i soliti dieci minuti per posizionare la macchinetta in modo che con l'autoscatto veniamo fuori tutti). Scendiamo dall'altre parte dove sul sentiero troviamo prima un pettirosso che non sembra per nulla a disagio con la neve e poi una televisione che qualcuno ha abbandonato. Foto, a ricordo dell'inciviltà.
Il sentiero si ricongiunge alla strada sterrata dove togliamo le ciaspole e pattiniamo sul ghiaccio fino all'auto.

Ottimo pranzo a casa della Marina per concludere in bellezza la giornata.


martedì 8 dicembre 2009

6 Dicembre - Arco, Placche di Baone

Dopo quasi due mesi di incertezza, mercoledì 2 dicembre ho comprato la corda. Ederlid 70 metri, 9,8 mm. Bellissima.
Bisognava andarla a provare e quale posto migliore di Arco, patria dell'arrampicata sportiva?
Dicembre non è il mese più adatto per arrampicare all'aperto, ma spostandosi nella valle del Sarca si può trovare ancora un clima che seppur invernale è mitigato dall'influenza del lago. Il meteo, in questo lungo finesettimana del ponte dell'immacolata non è dei migliori, ma domenica si poteva sperare in qualche sprazzo di sole.
Partenza ore 8 da Padova, siamo solo noi due, io e Tabarez. Direzione Arco, Placche di Baone.
Una volta parcheggiata l'auto, attraversiamo a piedi il paese di Chiarano, poco dopo Arco, e seguiamo le indicazioni per la falesia di Baone che ci portano in salita per una stradina sterrata che attraversa un uliveto bellissimo dove incontriamo dei contadini che stanno raccogliendo le olive.


Arriviamo sotto le placche di Baone settore Ondulina. Dietro di noi, in basso il lago di Garda, in alto, oltre il lago, l'Altissimo di Nago imbiancato dalle neve. Sulla destra altre cime, quelle più alte innevate, le altre no. Ci deve essere anche Cima Capi dove siamo stati a maggio ma non riesco ad individuarla con precisione. Inizio a capire perchè più di qualcuno venendo dalla città si è innamorato di questo posto e si è trasferito qui.

In falesia ci sono altri ragazzi che stanno provando a salire delle vie. Conoscono bene il posto e ci danno molto gentilmente qualche indicazione utile. Ci mostrano un foglio fotocopiato da una guida che spiega le vie della falesia. Il mio foglietto scritto a penna è decisamente meno chiaro. Il settore è piuttosto vasto e cerchiamo di scegliere delle vie abbastanza facili. E' pur sempre la prima falesia che affrontiamo da soli e dobbiamo portarci su la corda.
Tabarez mi fa sicura e inizio a salire, decisa (?!). Qualche passo e poi ? Dove vado ? Rispetto alle numerate di Rocca Pendice la parete è più obliqua ma non ci sono praticamente prese per le mani. E' da fare in aderenza. Mi guardo le scarpette, come a dirgli che mi fido di loro e che mi devono tenere e conquisto lentamente il primo spit dove attacco un rinvio e prendo fiato. Gli spit non sono così vicini tra loro come in palestra, ci saranno anche quattro metri tra l'uno e l'altro. Ogni chiodo che raggiungo un gran respiro e finalmente arrivo alla sosta, moschettone a ghiera che si apre facilmente, passo la corda, "Blocca!", ce l'ho fatta. Scendo. Però, mica male. Ondulina 4a conquistata da primo. Una bella soddisfazione per una vecchietta come me. Fuori ci sono 8 gradi, e io ho un caldo tremendo.
Sale Tabarez e poi la riprovo da seconda. Così è più facile, o meglio c'è meno tensione.
Tiriamo giù la corda e ne proviamo un'altra "Cade la corda 3b". Proviamo tutti e due da primo. Tabarez, quasi arrivato in sosta, dopo l'ultimo rinvio, mette il piede su una placca bianca scivolosa e fa un metro in giù. Ma poi recupera. Tutto a posto.
Il sole oggi proprio non esce, inizia a fare freddo, ultimi giri e poi scendiamo. Per oggi è stata una grande emozione.
Di ritorno, ci fermiamo ad Arco dove da Red Point compriamo anche il Gri Gri. ( costava dieci euro in meno che a Padova). Una cioccolata calda e poi si torna a casa.
Bye Bye Arco. Speriamo che sia la prima di tante nuove avventure in parete.

lunedì 16 novembre 2009

La salamandra e il Santo

Un giorno, in tempi antichi, la salamandra incontrò il Santo eremita. Trascorrevano insieme molto tempo, meditando in grotta e abbeverandosi alla fonte. Nessuna parola tra loro due: la salamandra non ne sapeva, il Santo le parole le teneva dentro di sé e le rivolgeva altrove, rivolto al cielo.

Un giorno però il Santo si sentì male. La salamandra, preoccupata per il suo compagno, andò alla fonte a prendere dell'acqua per portarla a lui.

Ma quando questa ebbe fatto ritorno alla grotta dove l'aveva lasciato, con enorme stupore, non vi trovò il fedele amico. Vi trovò invece un'altra salamandra, un regalo del Santo, che prima di andarsene per sempre volle in questo modo ringraziare la sua amica per averlo accompagnato nel trascorrere delle ore.

Ancora oggi a Lumignano, tra grotte, boschi e sorgenti d'acqua, si incontrano molte salamandre.

Tra la pace dei boschi, guardano il passare delle stagioni e lo scorrere dell'acqua. Col tempo hanno imparato anche alcune parole: le rivolgono Altrove, come aveva insegnato loro San Cassiano.

Le foto della giornata.