venerdì 12 marzo 2010

6 Marzo 2010 - Fondo a Forte Cherle

Per concludere la stagione sciistica, quasi nemmeno cominciata quest'inverno, abbiamo pensato di fare un giretto sulle piste di fondo a Forte Cherle.
Tra Veneto e Trentino, vicino a casa, ci sono piste da fondo ben più vaste con collegamenti di 60 km, Enego, Gallio e poi ancora MilleGrobbe e Passo Coe, ma Forte Cherle , con solo 15 Km di piste ha un fascino tutto particolare, fa parte di quella montagna dimenticata lontana dal turismo di massa dove il tempo sembra essersi fermato a trent'anni fa.

Gli impianti si trovano presso l'albergo forte Cherle gestito dalla signora Carla e dalla sua famiglia. Il noleggio sci è dietro l'albergo, nel garage di casa e gli scarponi li tengono in uno sgabuzzino riscaldato.

Il biglietto per le piste costa 4 euro. L'ingresso è una casetta sulla strada che collega Tonezza a Folgaria ma sulla strada non passa una macchina, perchè d'inverno dopo le nevicate viene chiusa a causa delle scariche di neve e sassi della montagna e solo chi ama veramente questo posto sale per Lavorone raggiunge quasi Folgaria per venire qui.

E' sabato e ci sono sì e no quindici persone. La giornata è splendida. Cielo pulito, temperatura sotto zero, vento freddo. Pista quasi completamente al sole.

Passiamo qualche ora sugli sci e poi andiamo a farci preparare il favoloso panino con lo speck dalla signora Carla e ci sediamo fuori al sole.

giovedì 4 marzo 2010

27 - 28 Febbario - ciaspolata sul Grappa in una notte di luna piena

Ad un anno esatto dalla mitica ciaspolata con Renato sul Monte Altissimo, una nuova avventura sulla neve di quelle che lasciano un segno nella memoria.

Prima della partenza sono un po' preoccupata soprattutto per il freddo che sulla neve non è mai poco, figurarsi quando il sole sarà tramontato. Ho fatto rifornimento di scaldini ( ricaricabili ed usa e getta), messo nello zaino la giacca a vento super imbottita, indossato doppio calzino, maglietta termica, scaldamuscoli, riempito il thermos di tea bollente e ho guanti in tutte le tasche del giubbino antivento. Ma temo che le mie dita congelate mi faranno rimpiangere il mancato acquisto degli scarponi da ghiaccio.

Non ho studiato il percorso, la gita è organizzata dalla sezione del CAI di Padova, ma non mi sembra di ricordare grande dislivello e un lungo percorso dal volantino di presentazione della ciaspolata. Mi sbaglio decisamente perchè alla fine dell'escursione tra andata e ritorno compresi tutti i saliscendi l'altimetro dell'orologio di Tabarez avrà registrato 1100 m di salita. Per fortuna che ero allenata se no schiattavo sulla neve.

Punto di partenza Località Finestron, sul Grappa. Si avanza prima nel bosco fino a superarne il limite e poi si procede tutto in cresta. Il panorama è a 360 gradi e anche se c'è ancora la luce del giorno, in cielo c'è già la luna piena. Dall'alto si vedono le prime luci accese giù nei paesi a valle, dall'altro lato una serie di catene montuose innevate. Manca il mitico Antonio per dirci, cima per cima, cosa stiamo vedendo. Chissà cosa sta facendo Antonio, è tantissimo tempo che non lo vedo.

Siamo un gruppo numeroso. Ci sono sempre quelli che hanno fretta sono in testa e corrono e quelli che vanno pianino. Il gruppo non viene quasi mai ricompattato e alla fine i primi arriveranno in rifugio quasi con un'ora di distacco.

Io preferisco stare dietro, andare con calma, chiacchierare con Rita, ascoltare Calibabà che racconta di aver fatto quella stessa mattina sessanta chilometri in bicicletta, prendere in giro spett. Adri che continua a scattare foto con il cellulare come se poi venisse fuori qualcosa.

In cresta il vento si fa sentire, freddo, tagliente, ma tiene lontane le nuvole. Arriviamo alla cima del Monte Asolone e inizia a calare il sole. Qualcuno accende la pila frontale.
Che strana sensazione camminare sulla neve con la luna piena. Quiete, silenzio, pace. La testa si svuota di tutti i pensieri, svaniscono le ansie quotidiane e resta solo lo stupore per quanto sia bella la natura.

Siamo alla salita finale, ovviamente la più ripida. Ormai è buio. Più di qualcuno comincia a cedere alla fatica. Finalmente si vede il rifugio Bassano illuminato. Entriamo, iniziamo a scaldarci. Una fetta di torta gigante e una cioccolata calda. Il camino acceso. Che meraviglia! E coincidenza: qui come all'Altissimo ci sono le vipere sotto grappa. Solo che questa volta nessuno beve la grappa.

Poco più di un'ora di pausa e dobbiamo uscire per scendere fino al parcheggio delle macchine e tornare a casa. Al ritorno, ancor più che all'andata, i soliti che devono correre partono a gran velocità con un paio di accompagnatori. Ognuno per sè e Dio per tutti. In fondo al gruppo invece c'è qualcuno che per la stanchezza e per il freddo è un po' in difficoltà e va molto piano. Noi siamo circa a metà e quando arriviamo alla fine del sentiero aspetteremo gli ultimi un'ora. Gli altri, quelli col pepe nel culo, appena arrivano alle macchine se ne tornano a casa. ( Questa cosa non mi è piaciuta per niente. Non ci sta nell'etica della montagna).

Spett Adri quando arriva giù con gli ultimi due della comitiva zoppicanti ha una faccia tutt'altro che entusiasta. Mi sento sollevata quando lo vedo. Stavo quasi pensando di andare a cercarlo. Ora ci siamo tutti. Possiamo andare a casa anche noi.

Bellissima esperienza. Bisognerebbe indire il 27-28 febbraio come ricorrenza per le ciaspolate in montagna dei Mussati.

lunedì 4 gennaio 2010

Su e giù per Monte della Madonna

Preambolo:Questa volta, riguardo al titolo, sono stato abbastanza neutro. Avrei voluto ripetere un più evocativo "La salamandra e il Santo BIS" in quanto anche stavolta avrei potuto citare entrambi i personaggi (Sant'Antonio porseèto e la salamandra) ma le condizioni di quest'ultima (spiaccicata sull'asfalto) mi hanno convinto ad abbandonare l'idea.
Conclusa la doverosa precisazione, vi racconterò delle eroiche gesta di quel volenteroso gruppo di Mussati che il 4 gennaio del nuovo anno ha sfidato un freddo gelido per compiere il periplo di Monte della Madonna, sui colli Euganei.
Il ritrovo degli "Intrepidi" è stato fissato alle 9.30 (poco CAI, ma molto comodo), in via Aita (Aita, chi era costui??non lo sa nessuno, manco Wikipedia, figuriamoci Chiara...).
Partiti alla volta di Rovolon decidiamo, una volta arrivati sul posto, di ingozzarci di brioches e cappuccino al bar del patronato: ottima scelta, considerando la cortesia delle due signore, la bontà della crema e il tepore del bar!
Subito (alle 11.00, con molta calma...) iniziamo il cammino lungo il sentiero n. 17 che, attraverso un fitto bosco e su un terreno completamente ghiacciato e duro, ci porta in circa un'ora a raggiungere la cima del Monte della Madonna: impressionante e un po' triste la vista delle mega antenne che lo sovrastano...anche se il cellulare effettivamente prende 143.289,99 tacchette di segnale!
Di lì a poco raggiungiamo il Santuario dedicato a Sant'Antonio porseèto (si chiama così, secondo una tradizione popolare) e, fatta una breve visita della chiesetta e della terrazza panoramica, riprendiamo la nostra via.
Giù di nuovo in mezzo al bosco, lungo l'Alta via dei colli N.1 (o lungo il Sentiero Alpino che in quel tratto la ricalca), ci fermiamo su una panchina per un rapido pranzo: nonostante il tiepido sole facciamo in tempo a congelarci un po' tutti...
Tutti infreddoliti riprendiamo il cammino in direzione della chiesetta di Sant'Antonio: lungo la via, su un tratto roccioso esposto al sole, possiamo osservare stupiti numerose piante di fico d'India! Raggiunto l'obiettivo, ci concediamo un po' di minuti per esplorare la grotta dell'eremita, la chiesetta a lui dedicata e suoniamo la campana in segno di buon auspicio per le future avventure mussate.
Il cammino riparte e in breve raggiungiamo la fine del sentiero e la stradina che ci riporterà alla partenza.
Dentro di noi rimarrà il ricordo di una giornata che, per quanto gelida, ha saputo regalarci grandi soddisfazioni, un cielo terso e panorami stupendi con vista su larga parte dell'arco alpino.
Ah...dimenticavo: al ritorno cioccolata calda con panna: bòna anca quea!!

giovedì 24 dicembre 2009

20 dicembre 2009. ciaspolando sui colli euganei

Incredibile nevicata di dicembre in pianura padana:almeno venti centimetri di neve e un freddo gelido di quelli che raccontano i nonni.
Città di Padova e trasporti nel caos per le strade ghiacciate, la provincia decreta calamità naturale, i supermercati hanno finito le scorte di sale grosso e i commercianti si lamentano perchè in quest'anno di crisi mancava solo la neve a tener lontana la gente dallo shopping natalizio.
Gli uncici che trovano un lato positivo nella cosa sono i bambini che per una domenica saranno esonerati dalla televisione e dal nintendo e potranno fare invece pupazzi di neve in giardino e sbaloccarsi.
Scattiamo le foto dall'alto della città che sembra davvero un'altra e ci viene un'idea: perchè non andare a provare le ciaspole nuove sui colli Euganei ? Di neve ce n'è e freddo pure. Godiamoceli.

Domenica, aspettando gli amici in auto nel parcheggio di un negozio, qualche dubbio sulla bontà dell' idea mi viene, fa davvero freddo e non c'è nemmeno tanto sole, ma il mio spirito d'avventura ha sempre la meglio sulla mio buon senso e così, appena arrivano gli altri, propongo di caricarci corpo e spirito con una colazione in pasticceria. Ci fermiano a Bresseo poco dopo il centro, pastecceria stile francese dove degustiamo degli ottimi croassaints e dove decidiamo anche la nostra meta, MonteRosso il più vicino dei Colli Euganei, perchè le amministrazioni comunali non hanno fatto un gran lavoro di pulizia sulle strade ed è meglio non rischiare con il ghiaccio.
Il percorso del circuito di Monterosso è una semplice passaggiata a piedi. Il dislivello è di 150 metri e in un paio d'ore si fa. Il paesaggio è davvero insolito per essere sui Colli Euganei. La strada sterrata che percorriamo è completamente ghiacciata e bisogna stare attenti a non scivolare. Incrociamo un corridore nel senso opposto (c'è qualcuno più pazzo di noi). Ad un certo punto imbocchiamo un sentiero in salita e mettiamo le ciaspole, tranne Alberto che vuole mettere alla prova i suoi fighissimi scarponi invernali. La passeggiata è divertente, ma fa freddo, tanto freddo soprattutto ai piedi che mi si sono completamente congelati e fanno malissimo. Sono arrabbiata con il mio fisico che non tollera il freddo e che in queste situazioni soccombe.
In cima a MonteRosso facciamo una foto di gruppo ( i soliti dieci minuti per posizionare la macchinetta in modo che con l'autoscatto veniamo fuori tutti). Scendiamo dall'altre parte dove sul sentiero troviamo prima un pettirosso che non sembra per nulla a disagio con la neve e poi una televisione che qualcuno ha abbandonato. Foto, a ricordo dell'inciviltà.
Il sentiero si ricongiunge alla strada sterrata dove togliamo le ciaspole e pattiniamo sul ghiaccio fino all'auto.

Ottimo pranzo a casa della Marina per concludere in bellezza la giornata.


martedì 8 dicembre 2009

6 Dicembre - Arco, Placche di Baone

Dopo quasi due mesi di incertezza, mercoledì 2 dicembre ho comprato la corda. Ederlid 70 metri, 9,8 mm. Bellissima.
Bisognava andarla a provare e quale posto migliore di Arco, patria dell'arrampicata sportiva?
Dicembre non è il mese più adatto per arrampicare all'aperto, ma spostandosi nella valle del Sarca si può trovare ancora un clima che seppur invernale è mitigato dall'influenza del lago. Il meteo, in questo lungo finesettimana del ponte dell'immacolata non è dei migliori, ma domenica si poteva sperare in qualche sprazzo di sole.
Partenza ore 8 da Padova, siamo solo noi due, io e Tabarez. Direzione Arco, Placche di Baone.
Una volta parcheggiata l'auto, attraversiamo a piedi il paese di Chiarano, poco dopo Arco, e seguiamo le indicazioni per la falesia di Baone che ci portano in salita per una stradina sterrata che attraversa un uliveto bellissimo dove incontriamo dei contadini che stanno raccogliendo le olive.


Arriviamo sotto le placche di Baone settore Ondulina. Dietro di noi, in basso il lago di Garda, in alto, oltre il lago, l'Altissimo di Nago imbiancato dalle neve. Sulla destra altre cime, quelle più alte innevate, le altre no. Ci deve essere anche Cima Capi dove siamo stati a maggio ma non riesco ad individuarla con precisione. Inizio a capire perchè più di qualcuno venendo dalla città si è innamorato di questo posto e si è trasferito qui.

In falesia ci sono altri ragazzi che stanno provando a salire delle vie. Conoscono bene il posto e ci danno molto gentilmente qualche indicazione utile. Ci mostrano un foglio fotocopiato da una guida che spiega le vie della falesia. Il mio foglietto scritto a penna è decisamente meno chiaro. Il settore è piuttosto vasto e cerchiamo di scegliere delle vie abbastanza facili. E' pur sempre la prima falesia che affrontiamo da soli e dobbiamo portarci su la corda.
Tabarez mi fa sicura e inizio a salire, decisa (?!). Qualche passo e poi ? Dove vado ? Rispetto alle numerate di Rocca Pendice la parete è più obliqua ma non ci sono praticamente prese per le mani. E' da fare in aderenza. Mi guardo le scarpette, come a dirgli che mi fido di loro e che mi devono tenere e conquisto lentamente il primo spit dove attacco un rinvio e prendo fiato. Gli spit non sono così vicini tra loro come in palestra, ci saranno anche quattro metri tra l'uno e l'altro. Ogni chiodo che raggiungo un gran respiro e finalmente arrivo alla sosta, moschettone a ghiera che si apre facilmente, passo la corda, "Blocca!", ce l'ho fatta. Scendo. Però, mica male. Ondulina 4a conquistata da primo. Una bella soddisfazione per una vecchietta come me. Fuori ci sono 8 gradi, e io ho un caldo tremendo.
Sale Tabarez e poi la riprovo da seconda. Così è più facile, o meglio c'è meno tensione.
Tiriamo giù la corda e ne proviamo un'altra "Cade la corda 3b". Proviamo tutti e due da primo. Tabarez, quasi arrivato in sosta, dopo l'ultimo rinvio, mette il piede su una placca bianca scivolosa e fa un metro in giù. Ma poi recupera. Tutto a posto.
Il sole oggi proprio non esce, inizia a fare freddo, ultimi giri e poi scendiamo. Per oggi è stata una grande emozione.
Di ritorno, ci fermiamo ad Arco dove da Red Point compriamo anche il Gri Gri. ( costava dieci euro in meno che a Padova). Una cioccolata calda e poi si torna a casa.
Bye Bye Arco. Speriamo che sia la prima di tante nuove avventure in parete.

lunedì 16 novembre 2009

La salamandra e il Santo

Un giorno, in tempi antichi, la salamandra incontrò il Santo eremita. Trascorrevano insieme molto tempo, meditando in grotta e abbeverandosi alla fonte. Nessuna parola tra loro due: la salamandra non ne sapeva, il Santo le parole le teneva dentro di sé e le rivolgeva altrove, rivolto al cielo.

Un giorno però il Santo si sentì male. La salamandra, preoccupata per il suo compagno, andò alla fonte a prendere dell'acqua per portarla a lui.

Ma quando questa ebbe fatto ritorno alla grotta dove l'aveva lasciato, con enorme stupore, non vi trovò il fedele amico. Vi trovò invece un'altra salamandra, un regalo del Santo, che prima di andarsene per sempre volle in questo modo ringraziare la sua amica per averlo accompagnato nel trascorrere delle ore.

Ancora oggi a Lumignano, tra grotte, boschi e sorgenti d'acqua, si incontrano molte salamandre.

Tra la pace dei boschi, guardano il passare delle stagioni e lo scorrere dell'acqua. Col tempo hanno imparato anche alcune parole: le rivolgono Altrove, come aveva insegnato loro San Cassiano.

Le foto della giornata.

domenica 25 ottobre 2009

Ottobre 2009 - Corso di Arrampicata Sportiva

Un tintinnio di ferraglia, una voce che nel silenzio di una valle alpina grida qualcosa , alzare lo sguardo e vedere dei piccoli punti colorati alla parete.

Gli alpinisti, gli scalatori, i freeclimbers che vedevo dal basso sono sempre stati per me qualcosa di simile ai supereroi, avvolti da un alone di fascino e mistero.

Da escursionista, ho sempre affrontato la montagna, nel modo più orizzontale possibile, con un piede ben fermo nel sentiero, di certo non avrei mai pensato di potermi trovare su una parete, attaccata ad una corda come loro. Ma un po' perchè nella vita non si sa ma mai cosa può succedere, un po' perchè è innato nel genere umano o forse solo alla specie di cui faccio parte, cercare di emulare i propri idoli e superare sempre i propri limiti, è successo che sabato 30 ottobre ho fatto lo spigolo del nasetto a Rocca Pendice. Sarà anche un via mono tiro e non l'avrò fatta da primo, ma a guardarla da sotto fatta da qualcun altro, sembra una salita più adatta all'uomo ragno che ad un comune mortale.

Arrampicare è estetica pura: un gioco di equilibrio e concentrazione mentale. Serve una buona dose di grinta e una perfetta consapevolezza del proprio corpo. In parete artificiale prevale la parte di gioco, su roccia si deve usare molto la testa, per leggere la parete e trovare la sequenza di piccoli passi che permettono di salire. Mentre sali, lo senti chiaramente se stai danzando con ritmo oppure se stai procedendo a caso. Non puoi mentire a te stesso.


Cose piacevoli dell'arrampicata: trovare con la mano una presa rassicurante che è dietro e non si vede, individuare un piccolo appoggio per i piedi, sentire le gambe che ti spingono sicure verso l'alto, appiattirsi contro la parete per stare in equilibrio e riposarsi un po', arrivare alla sosta e sentirsi wonder woman.

Cose meno piacevoli: sentire il peso della corda che stati cercando di infilare nel rinvio, farsi venire il dubbio sul nodo a otto quando stai per scendere, le scarpette che stringono.

Cose brutte : capire che sei quasi arrivato a rinviare e stai per cadere, sentirsi tirare in alto con forza quando fai sicura.

Un ringraziamento particolare ad Andrea, l'istruttore di arrampicata sportiva per aver detto che non sono troppo vecchia per cominciare, a Marco, la guida alpina, per avermi incoraggiato a continuare e infine a Glauco per aver seguito la sottoscritta in questa ennesima iniziativa.

domenica 4 ottobre 2009

20 SETTEMBRE 2009 - FERRATA VIALI A CIMA GRAMOLON

Alla partenza ci ritroviamo in sei: Michele, Chiara, Vale, Marco, Cate ed io.
Si aggiungono Barbara e Ciro, di altra scuola cai, amici di Michele e Chiara.

Michele è partito con l'idea di provare la ferrata Viali per valutare se proporla come gita sociale il prossimo anno.
Chiara e Barbara sono partite con l'intenzione di fare una tranquilla passeggiata.
Io, da persona molto indecisa, mi sono portata appresso l'attrezzatura e ho valutato sul posto.

Al rifugio Bertagnoli abbiamo formato i due gruppi:
Chiara e Barbara hanno deciso di portare avanti la loro scelta e raggiungere Cima Gramolon per il comodo sentiero ad anello, tutti gli altri, me compresa, hanno optato per provare la ferrata.

Tanta è la voglia di fare la ferrata che arriviamo in cima senza averne visto l'attacco.
Dopo rapido consulto di mappe e persone di passaggio decidiamo di tornare indietro.

L'attacco della ferrata è in un canalone, a pochi minuti di cammino dal rifugio Bertagnoli (sentiero 221).
Indossiamo imbrago e attrezzatura e dopo rapido controllo a vicenda partiamo.
Ciro attacca per primo seguito a ruota da Michele .... e ... mi ritrovo a chiudere per la prima volta.
Il primo brivido ha le sembianze di una scala lunga, contorta, che sembra spalmata sulla roccia, e dal bellissimo color ruggine.
Qualcuno di quelli che precedono ha il sospetto che sbricioli sotto il suo peso altri la sentono muoversi .... i presupposti sono ottimi direi!
La affrontiamo uno alla volta non sostandovi troppo.
Tocca a me; ho le gambe che tremano come foglie; il tempo che impiego per percorrerla sembra interminabile ma, alla fine, arrivo in cima.

Tra passaggi un po' “tecnici” ed altri un po' “noiosi” la ferrata prosegue sempre all'interno di un canalone.
C'è più di un punto in cui non si può far altro che far forza sulle braccia.
Vola qualcosa ... è la digitale di Vale....
Pazienza! Ci accontenteremo delle foto di Michele.
Cerco di arrampicare e mi attacco ad un bel spuntone di roccia ma, ahimè, mi rimane in mano!
Per un attimo penso di tornare indietro ma, alla fine, decido di proseguire.
Non ci facciamo mancare proprio nulla: Michele attrezza un punto "lungo" con una bellissima lounge "al kevlar" che qualcuno impiegherà un po' a recuperare.
E arriviamo al gran finale!
Una lunga e comoda scaletta ci attende.
La affrontiamo uno alla volta mentre gli altri si proteggono da una grigia “grandinata”.

Sono in cima, son tutti spariti, mi ritrovo circondata da pini mughi e vari accenni di sentieri; mi volto, vedo dall'alto il rifugio Bertagnoli ma anche tante nuvole che stanno arrivando, indovino il sentiero giusto e raggiungo i mussati.

Ce l'ho fatta, a parte qualche tentennamento, devo dire che questa volta la ferrata me la sono proprio goduta, non c'era nessuno che premeva dietro e nessuno davanti che mi incitasse ad accelerare il passo.

Infine ci ritroviamo con Chiara e Barbara intirizzite dal freddo nell'attesa del nostro arrivo.
Pranziamo tutti allegramente su una forcella.
Rispolverando poncho ed antipioggia scendiamo, per la comoda mulattiera, non permettendo a Chiara di concludere l'anello e scovare il suo brillante.
Allegre api si uniranno poi a noi per il brindisi finale.


Com'era la ferrata?
Facile si forse ma da non sottovalutare
Per principianti no
Sicuramente fattibile con le dovute cautele e precauzioni.


giovedì 17 settembre 2009

12 Agosto 2009 - Verso il lago Stellune

Il lago Stellune è un lago di origine glaciale che si trova ai piedi dell'omonima cima in Lagorai.
Un lago blu smeraldo incastonato tra i graniti del Lagorai , "una visione di sogno, che rifulge con le acque color azzurro cobalto e riflessi verde smeraldo che lasciano senza fiato". ( Cfr. APT Trentino)

Un paio d'anni fa, a Ferragosto, avevamo provato a raggiungerlo partendo dal Rifugio Carlettini sopra Strigno in Valsugana, ma la giornata era stata sfortunata e a causa di un piccolo incidente avevamo rinunciato.
Antonio, già dall'anno scorso, mi raccontava di voler raggiungere lo Stellune dalla Val di Fiemme attraverso un percorso in quota e di organizzare una gita da quelle parti. A noi era rimasta la voglia di vederlo. Il giro, sulla carta Kompass e Tabacco, sembrava abbastanza lungo, ma con poco dislivello, il sentiero non era segnato difficile e il percorso portava lungo una serie di laghi glaciali sicuramente magnifici.

Così, ci siamo dati appuntamento per le sei di mattina del 12 Agosto a Padova e alle sei meno dieci eravamo già in auto direzione Cavalese. A Cavalese abbiamo preso la funivia del Cermis resa tragicamente famosa per l'incidente dell'areo americano che costò la vita a molte persone. Salendo, non abbiamo potuto fare a meno di chiederci come abbia fatto l'areo degli americani a tranciare il cavo della funivia. Doveva proprio volare radente al suolo. Stavano giocando con la vita delle persone e gliel'hanno tolta.

All'arrivo della funivia, non possiamo che constatare che anche sopra i 2000 metri, la giornata non è delle più limpide, c' è una fresca brezza ma dopo la prima mezz'ora di cammino già ci si può togliere il maglione.

Prima tappa e prima forcella di Bombasel, sopra un lago dove fanno i concerti di musica classica e poi , sempre in salita, forcella del Macaco . Da questa seconda forcella si vede una lunga valle scavata nei graniti che dovremo percorrere al ritorno. Decidiamo di ragiungere lo Stellune da un' altra valle per fare un giro ad anello (una delle fissazioni e delle maledizioni degli escursionisti esperti : perchè andare e tornare dalla stessa parte se si può fare un giro ad anello ?) e saliamo quindi verso la ripida forcella del Vallone per un sentiero impervio e mal segnato. L'erba ha ricoperto la traccia in alcuni punti forse per il poco passaggio. Appena sotto la forcella, una coppia di escursionisti sta facendo la pausa pranzo e ci guarda un po' sconcertata quando ci vede svalicare verso la Val Moena. Più sconcertati ancora rimaniamo noi sul sentiero di discesa dopo mezz'ora di cammino ( un po' troppa discesa e un po' troppo tempo) quando non abbaimo ancora trovato il bivio del sentiero che dovrebbe risalire verso la forcella dell'Oro delle Buse( in breve forcella dell'Or). Antonio prova a salire il pendio fuori dal sentiero per vedere se abbiamo perso la traccia. L'unico sentiero che si presenta e solo a tratti è quello che stiamo percorrendo noi anche se rispetto alla cartina Tabacco di Antonio e alla nostra Kompass non corrisponde. Proseguiamo per questa traccia, d'accordo che se non arriveremo a un bivio che risale entro breve dovremo tornare indietro. Il cielo si è fatto ancora più scuro a causa di qualche nuvola davanti al sole, e questo non aiuta il morale. Finalmente un bivio si presenta ( non abbiamo l'altimetro, ma di sicuro siamo più bassi di un 150 metri di quello che dice la cartina) e si ricomincia a salire ma il sentiero non è dei più battuti e si procede con calma. Pietre laviche scure che fanno un rumore di cocci di vetro rotti quando ci passiamo sopra, erba che copre il sentiero e le sconnessioni del terreno. Si procede con fatica. E' l'una passata, sono tre ore e mezza che camminiamo e nella testa mi sorge un tarlo ( l'ultima funivia è alle cinque e mezza, se la perdiamo ci saranno mille metri di dicesa) e quindi, accelero il passo, per quanto possibile. Ad un certo punto arriviamo ad un bivio dove da una parte si potrebbe andare verso il lago dello Stellune (il tempo di percorrenza indicato è di 2 ore e trenta) e dall'altra parte c'è la via del ritorno (se così si può dire ) per la forcella dell'Or e la forcella Lagorai ( quella dove si deve prenderà la valle in discesa cha avevamo visto la mattina). Io, per rafforzare la mia decisione, mi siedo su un sasso e giuro di non muovere più un passo verso lo Stellune, che sicuramente non esiste ed è un invenzione dell'ufficio turistico del Trentino. In ogni caso, se esistesse, non avrebbe mai potuto essere raggiunto da alcun escursionista, perchè troppo lontano. Taccio sul fatto che a questo punto, da uno zaino, è spuntata una cartina 4LAND di nuova generazione tracciata con il GPS, intonsa, che era rimasta nascosta perchè non aveva dei bei colori. Anche gli altri, non volendo nemmeno pensare di ricorrere all'utilizzo della pila frontale per la sera, optano per la via del ritorno e quindi, con un po' di fame che si fa sentire, ci mettiamo gambe in spalla verso la forcella dell'Or. Una bella fatica arrivare in cima, ma quando ci siamo, il paesaggio ci lascia davvero senza fiato, per non parlare poi del sentiero che da lì conduce alla Forcella Lagorai e la vista da quest'ultima verso Cima D'Asta, la regina del Lagorai, sgombra dalle nubi.

Intercettata la via del ritorno, possiamo rilassarci per un attimo e mangiare qualcosa. Le nuvole che fino ad ora ci avevano accompagnato si diradano e tutto cambia aspetto. Il grigio, fino a poco prima minaccioso dei graniti, diventa argento brillante e il sole scalda gli animi. E da qui fino al ritorno è un continuo meravigliarsi per la valle incantata che stiamo attraversando, dove si trovano dei laghetti color smeraldo e un torrente d'acqua cristallina scorre. Alla fine di questa valle meravigliosa riprendiamo a ritroso la strada del mattino fino al lago di Bombasel e alla funivia, dove arriviamo giusto cinque minuti prima dell'ultima corsa.

Resta il ricordo di una bellissima giornata di avventura pura e resta aperta la partita con lo Stellune sulle cui rive prima o poi andremo a piantare la bandiera del CAI di Padova e quella dei Mussati Patavini.

lunedì 14 settembre 2009

31 Luglio - 2 Agosto Operazione Odle


Tra i buoni propositi per il 2009, il 2 gennaio era nata da Lorenzo la proposta di fare un trekking sulle Dolomiti tutti insieme. L'idea era ambiziosa: percorrere un'intera altavia dolomitica con lo zaino in spalla. Dagli otto ai dieci giorni di cammino in mezzo ai monti, un'impresa epica per i Mussati.
La proposta era stata accolta con entusiasmo da tutti, qualcuno addirittura aveva rilanciato aggiungendo l'ipotesi di portarsi la tenda sulle spalle e così, già a fine gennaio, era stata fissata una data per il trekking: ultima settimana di luglio, in modo che tutti potessero chiedere le ferie. (I Mussati sono quasi tutti degli sfigatissimi lavoratori dipendenti).

Tra un'uscita e l'altra del corso di sci, le ciaspolate invernali e l'inizio del corso escursionismo, se ne continuava a parlare, ma solo a livello ipotetico e così, a fine giugno, non era stato ancora deciso nulla anche se la Dolce, Tabarez, Blogger Misteriosen e Comici, gli unici che ci avevano creduto fino in fondo, avevano già preso le ferie.
Finalmente, in una calda sera estiva di luglio, con cartine topografiche alla mano, nel covo dei Mussati valorosamente sorvegliato da RockyBubu, sono stati messi ai voti gli itinerari proposti per un mini-trekking (mini, visto il poco tempo rimasto per l'organizzazione). E' stato scelto all'unanimità il giro delle Odle perchè non c'era mai stato nessuno, sembrava un bel posto e ci sono tanti prati (la passione di Comici).
Convinto anche Rubigno che non aveva capito del tutto il dislivello e le ore di cammino e la Cate che si è fidata ciecamente delle nostre scelte, non restava che sentire i rifugi per estendere la proposta al resto del gruppo. La mattina successiva alla otto, Tabarez chiamava i Rifugi Firenze e Genova, trovando l'amara sorpresa che per la notte di sabato 1 Agosto, al Firenze erano rimasti solo otto posti. Prenotate tutte le brande disponibili, si potevano chiamare solo altri due Mussati. Alla fine ne è stato trovato solo uno, la Cri. L'ottavo l'avremo incontrato, inaspettamente, al Rifugio Genova.

Il giro delle Odle è stato grandioso, bello oltre ogni aspettativa per la bellezza dei posti, per l'affiatamento della squadra e perchè siamo riusciti a fare, incredibilmente, tutto quello che avevamo pianificato, impresa non da poco la salita alla vetta del Sass Rigais, 3025 m., attraverso la via Ferrata.

Quello che non dimenticheremo:

Col Raiser. il posteggiatore, tutt'altro che tirolese, che ci ha fatto 'parchejare vicino u gatu !' .

La cicatrice sulla fronte di Lorenzo, causata dallo sgambetto di una radice.

I sentieri che stranamente non seguivano le curve di livello.

La prenotazione a nome Barbarelli al Rif.Genova e la spettacolare cena a base di canederli, uova speck e patate.

Jens, l'ottavo Mussato, il ragazzo di Monaco che camminava docici ore al giorno per i monti e che per qualche tratto è stato nostro compagno di viaggio.

Il prato delle marmotte.

La doccia al Rif.Firenze, la più grande che io abbia mai trovato in un rifugio.

L'emozione all'attacco della ferrata. Almeno mezz'ora per imbragarci e controllarci l'un l' altro.

Il panorama dalla cima del Sass Rigais.

I dieci minuti di grandine in ferrata e la discesa che non finiva mai.

La mela della strega del Rif. Firenze rubata da Rubigno che ci procurerà la maledizione (cfr. punto precedente).

Le Foto del Trekking.